La democrazia, è un lavoro duro (B. Obama)
18 Settembre 2016

Massimo D’Alema – Roberto Giachetti: il Pd Roma verso il Referendum fra costernazione e realismo

Dopo il confronto fra il vicepresidente della Camera e l’ex presidente del Consiglio, fra militanti e iscritti prevale l’amarezza; i dirigenti minimizzano: “Per fortuna il nostro è un partito che discute”

Massimo D’Alema – Roberto Giachetti: il Pd Roma verso il Referendum fra costernazione e realismo

Musi lunghi e costernazione sui visi dei militanti e degli intervenuti al dibattito sul Referendum Costituzionale fra Massimo d’Alema e Roberto Giachetti alla festa dell’Unità di Roma lo scorso 16 settembre: l’ex presidente del Consiglio e il Vicepresidente della Camera si sono affrontati, l’uno in difesa delle ragioni del No al referendum sulla riforma Costituzionale, l’altro in difesa del sì; ma per militanti e simpatizzanti, ha spiccato sopratutto il clima fra il pubblico, composto da tifoserie urlanti, e il tono delle argomentazioni fra i due partecipanti, spesso vicine all’attacco personale. Il giorno dopo il confronto, i commenti dei militanti sono al vetriolo, con i dirigenti del Partito ad interpretare il ruolo dei pompieri.

IL SUPPLÌ
(La storia da mangiare al volo)

  • Si terrà fra ottobre e novembre (e in ogni caso prima della fine dell’anno) il referendum sulla riforma Costituzionale votata dal Parlamento e che il presidente del Consiglio e segretario del Partito Democratico Matteo Renzi considera condizione irrinunciabile se non per il proseguimento della legislatura, di certo per la sua permanenza a Palazzo Chigi. Approvata la riforma, la Costituzione impone la votazione per la conferma da parte del popolo in un Referendum Costituzionale confermativo senza quorum minimo di partecipazione.
  • Da mesi il referendum costituzionale divide la società e i partiti politici, anche – e sopratutto – all’interno della maggioranza di governo; lo stesso premier Renzi ha prima impostato la comunicazione referendaria come “un referendum sulla sua persona”, salvo poi ammettere di aver “fatto un errore”. Al di là di questa polarizzazione personalistica, sono in molti nel campo del centrosinistra a non condividere la riforma nel merito, e ad essersi schierati sul fronte del “No” nonostante la posizione ufficiale del Partito Democratico sia per il “Sì”.
  • Alla festa dell’Unità di Bologna Matteo Renzi ha discusso del referendum con Carlo Smuraglia, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani; a Roma, Roberto Giachetti – già candidato sindaco per il centrosinistra – e Massimo D’Alema, che al Teatro Farnese di Roma si è definitivamente proposto come capofila della “Sinistra per il No”. Dirigente da tutti riconosciuto come imprescindibile e da molti contestato, D’Alema si è misurato con il vicepresidente della Camera, che ha difeso le ragioni del Sì alla riforma: ne è venuto fuori un confronto urlato più che acceso, su toni personali più che politici, animato da tifoserie più che da militanti. In molti, venerdì sera, sono andati via dalla Festa dell’Unità di Roma sinceramente affranti.

Ti è piaciuto il Supplì e hai ancora fame? Ottimo, qui sotto c’è la storia completa con dichiarazioni, mappe e retroscena.


 

“Un partito con la febbre alta”: così definisce il Partito Democratico di Roma un alto dirigente del Pd Roma, indaffarato fra i tavoli della Festa dell’Unità il giorno dopo il confronto, nel palco principale del Centro Sportivo “Fulvio Bernardini” a Pietralata, fra Roberto Giachetti e Massimo d’Alema. L’uno, vicepresidente della Camera di rito renziano, fra i dirigenti del Partito Democratico più attivi nel fronte del Sì al Referendum Costituzionale; l’altro, già presidente del Consiglio dei Ministri, indimenticato e imprescindibile dirigente della sinistra italiana: i due si sono affrontati sotto un diluvio universale da autunno alle porte in un confronto moderato da Enrico Mentana a cui hanno assistito militanti e interessati, stipati sotto delle tensostrutture allestite in tempo record dall’organizzazione della Festa romana che hanno consentito al pubblico di rimanere, relativamente, all’asciutto, mentre il meteo impietoso mostrava la sua contrarietà al conflitto referendario.

Il video completo del dibattito di venerdì 16 settembre

Non è stato però il meteo, o comunque non sembra che siano state le condizioni meteorologiche a dare da discutere agli intervenuti al dibattito: i due dirigenti si sono affrontati a colpi di prese di posizione nette fino alla brutalità, passando spesso sul piano della critica alle storie personali e riuscendo a parlare in maniera solo poco approfondita del merito di una riforma che sembra – a detta di militanti e partecipanti al dibattitp – sempre meno adatta ad essere illustrata nei “format” degli incontri pubblici di partito. Nessuno ha potuto evitare di essere investito dalle urla delle tifoserie, quasi delle claques a sostegno dell’uno e dell’altro dirigente che hanno inscenato scene “peggiori di quelle delle curve da stadio”, come ha commentato una militante, andandosene alla fine del dibattito, affranta.

Claudio Paudice era a Pietralata per l’Huffington Post e ha ben raccontato il clima che si respirava.

“Aò ma che stai allo stadio? Leva quel fischietto, cretino!”. Il secondo match in due giorni tra il Sì e il No al referendum costituzionale è ancora più infuocato del primo. Dopo l’acceso faccia a faccia a Bologna tra il premier Renzi e il presidente dell’Anpi Smuraglia, alla Festa dell’Unità di Roma ci sono, uno di fronte all’altro, Roberto Giachetti e Massimo D’Alema. Il clima è surreale nella Capitale del lider Maximo e del più romano tra i renziani. Si parla della consultazione di novembre ma la posta in gioco è un’altra. E’ una prova di forza e lo si capisce dall’aria tesa che si respira sotto i gazebo: urla, fischi, applausi, buuuu, insulti sono un controcanto costante al dialogo tra i due esponenti Pd. Il palco diventa il campo da gioco, la platea una curva di ultrà contrapposti. Gli animi si accendono, le grida dei militanti coprono a più riprese la voce dei due interlocutori. A un tratto alcuni spettatori litigano violentemente rinfacciandosi gli errori della sinistra del passato: ci manca poco e arrivano a darsele di santa ragione. “Io fascista? Sciacquati la bocca, buffone! Io a Renzi non l’ho votato”.

Di argomentazioni riguardanti la legge di riforma della Costituzione se ne sentono onestamente poche, “non si sa come, si arriva al momento degli appelli finali”, il pubblico scema. I volti sono bassi mentre Massimo D’Alema scivola via e Roberto Giachetti si accomoda per la cena al ristorante gestito dai militanti del Pd. Bisogna aspettare qualche ora per sondare gli umori di iscritti e militanti del Partito; bisogna cercare con forza ancora maggiore per scovare qualcuno che si dica soddisfatto della prova che il Pd Roma ha dato nell’appuntamento di punta della Festa dell’Unità 2016.

“Pena”, “tristezza”, “ridicolo e insultante”, “allucinante”, “inascoltabile”, “uno degli spettacoli peggiori della mia vita di militanza”, “brutto”, “vergognoso”, sono solo alcuni degli aggettivi che, a microfono spento e acceso, iscritti, militanti e dirigenti del Pd Roma sono pronti ad associare al dibattito il giorno dopo l’appuntamento: Roberto Giachetti avrebbe evitato in maniera quasi integrale di approfondire il merito della riforma costituzionale, attaccando frontalmente d’Alema e il suo percorso dirigenziale e politico, dicono i sostenitori dell’ex premier; d’Alema, accusato di essere il difensore dell’immobilismo e della conservazione, avrebbe resistito rivendicando le riforme durature che la sinistra di governo è riuscita a realizzare quando è stata al governo, “dall’elezione diretta dei sindaci al giusto processo”, facendo argine all’aggressività sia di Giachetti, sia dei suoi sostenitori, dimostrandosi “un dirigente storico della sinistra” messo a confronto con “un’emanazione dell’attuale segreteria del Partito Democratico”:  queste le due narrazioni in cui gli opposti schieramenti si adagiano tornando a casa. Per dirla ancora con le parole di Claudio Paudice, “si fa fatica a comprendere come mondi così distanti possano convivere nello stesso partito”: l’impressione è quella, in effetti, della detonazione, descritta bene anche da Tommaso Ciriaco su Repubblica.

Trovo che il dibattito sia stato utile, è servito a molti intervenuti per capire qualcosa di più della riforma Costituzionale”, dice Fabrizio Panecaldo, già capogruppo del Pd Roma al Consiglio Comunale durante la giunta di Ignazio Marino, intercettato fra i tavoli della festa a 24 ore dal confronto: “Non mi è piaciuto quel che è successo sotto il palco perché non mi piacciono le tifoserie, e per il resto, ho trovato Massimo d’Alema un po’ rancoroso”, aggiunge. “Guarda che non è un’impresa da poco organizzare un dibattito del genere in queste condizioni”, continua un altro dirigente che parla a microfono spento per “evitare di fare polemica”: “Noi almeno siamo un partito, noi almeno queste cose le facciamo a viso aperto. Se mi è piaciuto? Giachetti no, gli do un cinque e mezzo: mai sul pezzo, mai calmo, mai puntuale”. Di tutt’altra opinione un quadro del partito di orientamento ben più “giachettiano” che parla a microfono spento per potersi esprimere più liberamente: “Devi capire che Roberto Giachetti si comporta da bullo, ma è un gran secchione. E’ venuto preparato, con i fogli, era pronto a rispondere punto su punto, e infatti ad ogni obiezione di d’Alema lui cercava il foglio giusto e Massimo rallentava, come a vedere cosa stesse facendo”.

In zona d’Alema, il giorno dopo il dibattito, prevale l’ottimismo: “Credo sia andata bene per il no al Referendum”, ci dice un giovane dirigente molto vicino all’ex presidente del Consiglio che parla a microfono spento perché “può parlare solo a titolo personale”: “Massimo è stato molto bravo nella prima parte del dibattito in cui ha dato una serie di colpi fortissimi a Giachetti; ha vacillato quando Roberto gli ha fatto notare di essere stato eletto alla Camera dei Deputati nella lista bloccata del porcellum. E lì, però, è partita la gazzarra: loro sono venuti con la claque organizzata con le liste e i posizionamenti in tribuna, e accusano noi di aver partecipato con i pullman. Ti dico quante persone abbiamo chiamato noi: sei compagni pugliesi che erano venuti a fare una riunione il pomeriggio con Massimo e si sono fermate fino a sera, un compagno da Milano, e cinque compagni romani. Ti sembra abbastanza per organizzare la gazzarra che si è vista? Ma per favore”.

Ribatte Luciano Nobili, vicesegretario del Pd Roma e coordinatore della campagna elettorale per Roberto Giachetti sindaco di Roma: “Una claque organizzata? Ma per piacere. Con il meteo che c’è stato ieri se ci fosse stata una cosa del genere sarebbe stata più che altro una deportazione. Io dico che ci sono stati nelle ultime 48 ore due confronti molto interessanti, uno fra Matteo Renzi e Carlo Smuraglia a Bologna, e uno fra Roberto Giachetti e Massimo d’Alema a Roma, e in entrambi i casi il clima era animoso. Il che è positivo, visto che il Movimento Cinque Stelle, quelli della trasparenza e che doveva mettere tutto in chiaro sta facendo la figura che sta facendo, noi almeno siamo un partito che discute. Chi dice che non vedeva toni così accesi da decenni mi chiedo in che partito militasse prima di questo: ho visto certi scontri nella Margherita ben peggiori di questo dibattito”.

Chi dei partiti storici, fondatori del Partito Democratico, ne sa certo qualcosa è un’esponente di esperienza di una sezione storica del Partito a Roma che parla a microfono spento perché “particolarmente vicina a Massimo d’Alema”: “Sono avvilita. Ieri il Partito ci ha dimostrato con chiarezza che da quello spettacolo che abbiamo visto non si può certo ripartire; anche perché mi ha colpito come il ‘noi’ e ‘voi’ tutto renziano sia ormai diventato lessico comune: il vecchio contro il nuovo, i giovani contro i vecchi e chi rema contro questa riforma è certamente un vecchio da liquidare. Non so, sinceramente non sono mai stata così incerta”. Il clima interno non potrebbe essere più teso, da quanto ci dice: “Questo non è il partito in cui sono entrata”, continua una dirigente di rito dalemiano che parla a microfono spento perché “non rilascia dichiarazioni”: “Sono abituata ad altri modi di fare politica”. “D’altronde”, continua Luciano Nobili, “che ci sia una certa dose di autolesionismo nel Partito Democratico mi sembra evidente. Parliamo di una legge votata sei volte dalle stesse persone che ora si schierano per il no e fanno la campagna contro il testo votato da loro. Un partito su cosa dovrebbe stare insieme se non sulla Costituzione?”

Continua: “Prendi Enrico Letta. Chi altri dovrebbe avere motivi di risentimento personale verso Matteo Renzi? Eppure lui vota sì, perché ha detto: ‘Non mi piace il modo e il tono di Matteo Renzi ma non posso votare contro una legge che va nella direzione per cui ho sempre combattuto, per cui mi batto da vent’anni e che ho contribuito a scrivere e ho votato. A me sembra lineare”. Rincara la dose di realismo Matteo Orfini, presidente nazionale del Partito Democratico e commissario del Partito di Roma, a margine dell’intervista di Liana Milella a Pietro Grasso: “Questo è un referendum, è una discussione che prevede un sì e un no e che quindi è polarizzante per sua natura. Ma solo chi ha paura della politica vera ha paura delle divisioni, si litigava così e peggio dai partiti da cui veniamo, si litigava nel PCI e si litigava e si litiga nelle nostre sezioni. Mi sembra un’obiezione abbastanza singolare quella di chi dice che il dibattito è stato “brutto e vergognoso”, di questa riforma si discute nei giornali e in televisione, ma non se ne dovrebbe discutere nei luoghi in cui è opportuno parlarne?”. La chiusura della Festa dell’Unità è ormai in vista, e il Pd Roma si avvicina all’appuntamento referendario con un livello di astio interno certo non basso.

Foto copertina: Lo Zaino Verde