La democrazia, è un lavoro duro (B. Obama)
11 Luglio 2016

Dove è finito il Pd Roma?

Una base “tramortita”, gli eletti “espressi dalle correnti”, il congresso “rimandato almeno fino a gennaio”: il centrosinistra prova a ripartire, ma la salita “è verticale”

Dove è finito il Pd Roma?

Il Partito Democratico di Roma ha perso in maniera nettissima le ultime elezioni amministrative comunali 2016: il candidato sindaco Roberto Giachetti è stato doppiato dall’attuale prima cittadina di Roma, Virginia Raggi del Movimento Cinque Stelle; il Pd Roma, commissariato dal 2014 dal presidente nazionale Matteo Orfini, ha eletto in Assemblea Capitolina 6 consiglieri comunali più il candidato sindaco. Una sconfitta cocente, che ha lasciato militanti e attivisti atterriti: lentamente, e a tentoni, il centrosinistra romano prova a ripartire.

IL SUPPLÌ
(La storia da mangiare al volo)

  • Sconfitto alle elezioni, Roberto Giachetti consigliere d’opposizione, sette consiglieri in Assemblea Capitolina, due Municipi amministrati su quindici totali, il tesseramento con le iscrizioni 2015 contestato, la base “tramortita”, il partito “azzerato”: il Partito Democratico di Roma ha visto certamente momenti migliori.
  • Militanti e attivisti discutono – “poco”, in realtà, mi dicono: “E male” – in chat private e in qualche occasione di confronto pubblico come “Per il Pd Roma”, organizzata lo scorso 8 luglio da un comitato spontaneo di segretari di circolo e consiglieri non eletti: un microfono aperto ad Ostia Antica in cui gli iscritti hanno potuto parlare tre minuti ognuno.
  • Il congresso del Pd Roma si allontana: si terrà probabilmente a gennaio, dopo il referendum sulla riforma costituzionale e contemporaneamente al congresso nazionale del Pd; nel frattempo, il parere quasi unanime dei militanti del Partito Democratico è che si debbano “superare, ringraziandoli per l’ottimo lavoro” – è ironico, naturalmente – le figure dei subcommissari territoriali, i delegati di Matteo Orfini per i partiti municipali: che, mi raccontano in molti, sarebbero figure divisive e ben poco tollerate dalla base.

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“Sai cosa doveva dire il capogruppo del Partito Democratico di Roma in Aula Giulio Cesare? Doveva alzarsi, guardare il presidente dell’Assemblea Capitolina e dire: ‘Allora, caro consigliere Marcello de Vito, vediamo di iniziare subito con il piede giusto. Noi ci rifiutiamo di iniziare la seduta fino a che non viene ripristinata la legalità nell’aula. Se ci sono dei parlamentari che vogliono assistere all’insediamento va benissimo, se mancano delle sedie va benissimo, siamo d’accordo anche noi, ma lei, presidente, è pregato di dare disposizioni affinché le sedie vengano prese e portate in fondo alla sala, nel pubblico, visto che ‘uno vale uno’. Altrimenti qui non inizia un bel niente’”.

Fa caldo a Roma, fa ancora più caldo nel Partito Democratico: queste parole me le dice una “vecchia volpe” del Pd della capitale, intercettato al centro, fra i palazzi del potere, riferendosi alle sedie di rosso broccato con scritto “riservato” che sono apparse davanti alla statua di Giulio Cesare e sui si è seduto lo stato maggiore del Movimento Cinque Stelle per assistere all’insediamento della sindaca Virginia Raggi: c’erano Paola Taverna, Alessandro di Battista, Roberta Lombardi, Gianluca Perilli, Fabio Massimo Castaldo, Marta Grande… una bella platea.

Come sta, fuori dal palazzo, il corpaccione del centrosinistra della città dopo la batosta – batosta? “Meglio dire dopo la disfatta” – più cocente e umiliante della sua decennale storia romana? “Elettroencefalogramma piatto. Non c’è più niente, il partito è distrutto”: lo ha dichiarato Roberto Morassut sul Manifesto (“Il partito è in coma”), me lo confermano più fonti interne al Pd Roma, contattate al telefono, incontrate in giro, pronte a parlare – a mezza bocca – di come ripartire; una dirigente di lungo corso mi guarda, mette la mano in verticale, perpendicolare al terreno e mi fa: “La salita è così. E’ dura”.

Il Pd è all’opposizione in tutta la città contro governi monocolore a Cinque Stelle; è relegato in sette banchetti laterali dell’Assemblea Capitolina, a fianco dei 29 consiglieri pentastellati che hanno preso i banchi a sinistra “perché è più comodo arrivare alla sala delle Bandiere e agli uffici della giunta”, spiega ai giornalisti il consigliere Enrico Stefàno, in predicato per diventare assessore alla Mobilità della giunta di Virginia Raggi, posto poi ceduto a Linda Meleo, selezionata all’ultimo momento e con all’attivo un articolo pubblicato dalla rivista ItalianiEuropei di Massimo d’Alema. Il Partito Democratico, nelle istituzioni capitoline, esprimerà il presidente della Commissione Trasparenza  – dovrebbe essere il consigliere Marco Palumbo; il vicepresidente d’Aula è andato a Fratelli d’Italia con Andrea de Priamo, il segretario d’Aula alla lista Alfio Marchini con Alessandro Onorato.

Cosa è rimasto del Partito Democratico romano? “E’ come se ormai ci fosse un sistema a quattro livelli”, mi spiega chi si muove agilmente nella galassia Pd Roma, o meglio, in quel che ne resta: “Abbiamo i brillanti dirigenti che hanno gestito la campagna elettorale per Roberto Giachetti sindaco, ovvero l’alleanza fra renziani e Giovani Turchi che, attualmente, credo siano tutti rintanati in qualche fortino; forse nell’associazione di Roberto Giachetti” – si chiamerà “TuttaRoma” – “che immagino abbiano messo in piedi per rifugiarsi e resistere alla marea. Poi abbiamo le correnti, che dovevano essere annullate dal commissariamento del Partito romano e che invece, guarda caso, sono le uniche che hanno eletto dei consiglieri in Assemblea Capitolina; proprio le correnti, o quel che ne rimane, puntano ora a governare il partito dall’Aula sulla spinta dei loro voti di preferenza. Poi, c’è una sorta di comitato trasversale di consiglieri non eletti che hanno scritto un appello per la ricostruzione del Partito; e poi c’è la base, frammentata, frastornata e alla deriva”.

L’appello in questione è stato letto ieri sera, 8 luglio, alla festa dell’Unità di Ostia Antica da Valeria Baglio, una delle principali sorprese delle elezioni amministrative comunali dello scorso 5 giugno, eletta con tremila e più voti da un sostegno abbastanza trasversale e non immediatamente riconducibile ad una specifica componente del Pd Roma: insieme a Giovanni Zannola, al gruppo del Pd Donna Olimpia guidato dal segretario della sezione “ribelle” Federico Spanicciati, ad Andrea Casu, consigliere di rito renziano rimasto fuori dall’assemblea, a Carla Fermariello, riconducibile alla sinistra del Partito, e ad altri nomi hanno messo insieme un pacchetto trasversale di consiglieri “silurati” che ora afferma di voler dare un contributo per ricostruire il Partito in vista del congresso.

Già, il congresso del Pd Roma: su un punto sembrano davvero tutti d’accordo, ovvero che l’assise sarà rimandata. Si terrà insieme al congresso nazionale all’inizio dell’anno prossimo: per più di una ragione. Innanzitutto, il tesseramento: sopratutto la “pattuglia ribelle” del Partito Democratico di Roma si oppone all’idea che la conta possa partire con le tessere del 2015, quelle del tesseramento effettuato in piena stagione “Mafia Capitale – crisi della giunta di Ignazio Marino” e che il tribunale Civile di Roma, attivato da alcuni militanti che da mesi contestano l’operato del commissario, ha “congelato” in via cautelare.

La sentenza di accoglimento parziale Ricci et al. contro Partito Democratico di Roma che congela alcune delibere commissariali della gestione Matteo Orfini in via cautelare

Dopo la sentenza di accoglimento parziale, mi spiegano da zona Donna Olimpia, il commissariamento ha approvato un atto che “ristabilisce la validità del tesseramento”; un provvedimento che avrebbe valore “elusivo” della sentenza e che sarebbe, quindi, da considerarsi “nullo”.  “Balle”,  mi spiegano altre voci: “Quell’ordinanza è arrivata ad aprile, a tesseramento già chiuso. E il tribunale scrive chiaramente che la validità del tesseramento non è sospesa”.

Ma al di là delle diatribe legali, il tesseramento 2015 che conta cinquemila iscritti mi viene definito “ridicolo”: “Chi vuoi che abbia fatto le tessere, in quelle condizioni? Le correnti: parenti, amici, conoscenti dei militanti storici. Che congresso sarebbe? L’ennesima farsa”. Anche per questo, si dice nel tam tam del Pd Roma, circolano alcune valutazioni: primo, c’è “un folto gruppo” di dirigenti e militanti che chiedono un congresso di rifondazione del Pd Roma, un congresso “aperto”, che non emetta tessere ma piuttosto “attestati di partecipazione”, come “le primarie del 2007” che elessero Walter Veltroni alla guida del Pd nazionale; secondo, alcuni nomi che erano iniziati a circolare per la corsa alla segreteria romana – due presidenti di municipio, uno per il fronte anti-Orfini e uno per il fronte pro-Orfini, semplificando – sono stati, per il momento, “accantonati”, sopratutto dopo “l’incredibile figura” di Matteo Orfini, commissario Pd Roma e presidente nazionale PD, che alla direzione del Partito convocata per discutere dei risultati delle amministrative non ha nominato mai, nel suo intervento, “nemmeno per sbaglio”, la parola “Roma”: “Incredibile”, commentano i militanti.

“Era una direzione nazionale, non una verifica sul quadro romano”, replica chi è più vicino alle posizioni dell’ex assistente di Massimo d’Alema: “Sarebbe stato inopportuno soffermarsi sulla situazione della città”. Dopo quello che alcuni dirigenti mi hanno definito “lo show di Matteo Orfini”, c’è un’altra categoria di persone che sarebbero state “completamente delegittimate”: i subcommissari territoriali, bracci operativi sui municipi del commissariamento del Pd. Proprio sui commissari dei municipi si giocherà la prima e più dura partita del futuro del Pd Roma; il giudizio della base è praticamente unanime: liberiamoci di loro il prima possibile, dicono i militanti.

“I subcommissari sono calati con la simpatia delle truppe tedesche di invasione su territori che non conoscono, intromettendosi nei rapporti fra le persone, le persone, nemmeno fra le componenti”, mi spiega un consigliere municipale: “Hanno convocato attivi degli iscritti in cui battevano il tempo a tre minuti impedendo alle persone di parlare, e invece noi abbiamo bisogno di parlare, di parlare di quello che è successo senza star dietro a tempi televisivi. Mi spieghi dove cavolo si dovrebbe sviluppare il pensiero, l’analisi su quanto è accaduto?”

Ancora: “Anche prima delle elezioni prendevano parola con protervia e arroganza mettendo sistematicamente bocca sull’operato dei presidenti di Municipio del Partito Democratico che consideravano ‘nemici di corrente’, intervenendo su questioni amministrative che non gli competevano; hanno composto le liste elettorali municipali dividendo fra i “buoni” – i loro – e i “cattivi”, e guarda caso i loro “buoni” non sono stati eletti: perché c’è chi ha il consenso sui territori, c’è chi può andare nei mercati e viene chiamato per nome; e chi, invece, conclude la tornata elettorale con zero voti. Chissà perché”, chiude, caustico e arrabbiato. “La politica, fortunatamente, è fatica. In alcuni territori”, mi spiega un altro dirigente locale, “i subcommissari non vengono più nemmeno convocati, la loro partecipazione è rimessa alla sensibilità dei militanti territoriali. Poveretti, li abbiamo, un po’, sì, esautorati.

Sembra esserci penuria di grandi nomi, di progetti per ripartire nel brevissimo periodo. Tutto è rimandato, almeno, a dopo il referendum sulla riforma costituzionale che si terrà ad ottobre – “forse”, aggiunge qualcuno – e per sostenere il quale il Pd nazionale ha chiesto ai territori una raccolta di firme per il sì: raccolta di firme che, a Roma, “è arenata”, mi dice un Giovane Democratico: “Se si aspettano di avere 10mila firme dalla Capitale entro mercoledì 13 luglio, saranno risate”,  mormora. Anche il vento che spirava da via Cristoforo Colombo, dalla Regione Lazio, è calato con i nuovi avvisi di garanzia per la terza tornata di Mafia Capitale, che hanno interessato il consigliere regionale Eugenio Patané e l’ex sindaco di Tivoli Marco Vincenzi.

“Nicola” – certo, lui, Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio – “era quasi pronto. In Regione c’erano due possibili linee: o ‘Nicola’ rimane qui, o ‘Nicola’ va oltre, in una partita nazionale che guardava sì, al Partito, ma anche e sopratutto al governo. Ora, però, tutto è fermo: fino a che da Rebibbia non arriveranno buone notizie, alla Regione non si muoverà foglia; Nicola continuerà ad allargare il discorso sui temi, parlando al Partito, ad esempio occupandosi di Europa” portando avanti il suo progetto Cambiamo.Eu – mi spiega un giovane luogotenente della cordata zingarettiana.

Anche alcuni capilista delle circoscrizioni dell’Italicum, provenienti direttamente dalla squadra regionale e dati “già per chiusi”, potrebbero tornare in discussione.

Intanto il dibattito langue, se si esclude “il microfono aperto” da tre minuti per militante organizzato alla festa dell’Unità di Ostia Antica, a cui – mi dicono esponenti particolarmente vicini a Matteo Orfini“il commissario ha dato il via libera”. O forse, come scandisce l’ex presidente del XI municipio Maurizio Veloccia, “il commissario non ha più poteri o autorità necessaria per permettere, o impedire, alcunché”.

Giovanni Zannola chiude "Per il Pd Roma", l'8 luglio ad Ostia Antica.

Giovanni Zannola, candidato consigliere all’Assemblea Capitolina, chiude “Per il Pd Roma”, l’8 luglio ad Ostia Antica.

Lui, Orfini, non è presente: “Cosa ti aspettavi? Sta facendo il commissario di rottura, veramente, non è mica un capocorrente”, mi spiega chi lo segue da vicino: “E comunque”, continua riferendosi alle tante critiche all’operato dell’ex segretario del Pd Piazza Mazzini, “certi discorsi iniziano ad annoiarmi. Qui si parla solo del partito, di come deve essere fatto, di come è strutturato, dei circoli, delle tessere. Parliamo ancora una volta solo di noi. Mi sembra che sia successo qualcosa di un po’ più importante in città, e nelle periferie: è quello che Matteo dice da sempre, ma chi lo contesta, evidentemente, nemmeno lo ascolta”.

Immagine di copertina: Pasquale de Ninno / Twitter