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14 Ottobre 2016

Sul congresso del Pd Roma il macigno del referendum costituzionale

Dalla Capitale “meno di 4mila firme per il sì”: un dato impietoso, spia di una disfatta della consultazione in città. Del Congresso “si parlerà più avanti”: sarà per questo che ne parlano tutti

Sul congresso del Pd Roma il macigno del referendum costituzionale

Il Congresso del Pd Roma? Se ne parla dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre: e se ne parlerà a seconda di come andrà. Ma le varie chat del Partito Democratico della Capitale che non hanno mai smesso di trillare, anche all’indomani della sconfitta del 19 giugno con Virginia Raggi diventata sindaca della città di Roma, continuano a ribollire: sarà anche che l’esito referendario pare scontato, almeno nella città che ha raccolto un numero di firme per il Sì infinitesimale e che ha visto la nascita dei “Democratici per il no”.

IL SUPPLÌ
(La storia da mangiare al volo)

  • Dire che bisogna aspettare il referendum costituzionale del 4 dicembre per parlare del congresso del Pd Roma non è tatticismo: a seconda di come andrà il referendum, infatti, saremo davanti a due scenari diversi. Congresso a febbraio, come ha stabilito il vicesegretario Lorenzo Guerini con una circolare che siamo in grado di pubblicare; o congresso più avanti, insieme alle assisi nazionali.
  • Il congresso dovrà mettere fine all’ormai biennale commissariamento del presidente Pd Matteo Orfini, privato dei suoi poteri a decorrere dal 25 settembre e prorogato in carica per l’ordinaria amministrazione. Il Partito romano avrà a quel punto una nuova segreteria, la prima democraticamente eletta dopo i fatti di Mafia Capitale.
  • Ferve intanto la corsa verso il referendum: altrove, forse; a Roma ferve ben poco, in realtà. Dalla Capitale in tutta l’estate è arrivato un numero di firme per il sì al referendum davvero irrisorio e “raccolto a fatica”. Se il sì dovesse prevalere, in città si aprirà uno scenario di un tipo; se dovesse prevalere il no, ci sarà un quadro del tutto opposto. E in ogni caso nel 2018 si dovrà rinnovare l’amministrazione regionale, guidata dal presidente Pd Nicola Zingaretti.

Ti è piaciuto il Supplì e hai ancora fame? Ottimo, qui sotto c’è la storia completa con dichiarazioni, retroscena e documenti.


“Ma cosa vuoi che ti dica? Qua è tutto un macello. A me sembra che, comunque vada, manchino ormai i presupposti per stare insieme dopo il Referendum. E’ stato detto troppo, è stato scritto troppo: come si fa? Vinca il sì, vinca il no, ormai è andata”: chi mi dice queste parole al telefono di storie nel Partito Democratico di Roma ne ha viste fin troppe, negli ultimi anni. Ma, a quanto mi dice questa “vecchia volpe” del Pd Roma che chiede di parlare anonimamente perché “fin troppo stanco del clima, per non avvelenarlo ulteriormente”, il dibattito interno è al punto di rottura. “Non sarei così tragica”, ribatte una militante intercettata ad una recente iniziativa nello storico circolo del Pd Donna Olimpia, “ma certo, mi chiedo anche io se il partito reggerà alla botta”. Di quale botta stiamo parlando? C’è soltanto l’imbarazzo della scelta, come dire.

Partiamo da alcuni dati: il Partito Democratico di Roma, all’opposizione della sindaca Virginia Raggi, non sta (ancora) parlando del proprio congresso. Ne chiacchiera, ne discute animatamente, ma il tema non è ufficialmente all’ordine del giorno: è stato il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, il vice di Matteo Renzi insomma a stabilire con chiarezza quale sia la cornice regolamentare in cui si terrà la prossima corsa congressuale del Pd Roma, con una circolare interna (uno degli argomenti preferiti del dibattito attuale nelle chat di partito) che Lo Zaino Verde è in grado di pubblicare.

La circolare firmata Lorenzo Guerini che definisce la fase precongressuale del Pd Roma - Lo Zaino Verde
La circolare firmata Lorenzo Guerini che definisce la fase precongressuale del Pd Roma – Lo Zaino Verde

Nella lettera (il contenuto della quale è stato diffuso dallo stesso Guerini in una nota di agenzia, dopo le polemiche alzate da Ignazio Marino all’indomani della sua assoluzione) si dichiara ufficialmente concluso il mandato del commissario Pd Roma e presidente nazionale del Partito Democratico Matteo Orfini a far data dal 25 settembre; si convoca il congresso del Pd Roma per il mese di febbraio in due date disponibili; si reinsedia il commissario per l’ordinaria amministrazione, con delega a formare una commissione “plurale” per la stesura del regolamento commissariale.

Già questo assetto ha fatto sorridere qualcuno: concludere il mandato commissariale, per poi prorogarlo di fatto come ordinaria amministrazione, è sembrato ad alcuni militanti una contraddizione in termini. Assegnare ad un commissariamento scaduto la composizione di una commissione per il congresso che dovrà essere “plurale”, ha provocato fragorose risate in alcuni esponenti certo non vicini all’ex segretario del Pd Mazzini. “Andiamo alla grande: facciamo l’appello”, mi ha detto un esponente che ha chiesto di parlare anonimamente perché “non sostiene il Sì al referendum”: “Il commissariamento ha annientato il Partito, ha chiuso i circoli, ha dato dei mafiosi ai militanti sulla base di un’inchiesta che mi sembra stia collassando viste le oltre 100 assoluzioni; poi ha provocato le dimissioni del sindaco del Partito Democratico, poi ha perso le elezioni, compresi 12 municipi sui 15 che governavamo; ora dovrà nominare una commissione plurale per scrivere un regolamento congressuale che garantisca tutti. Mi sembra ottimo”.

C’è un fatto sicuro, però, da cui partire: qualsiasi discussione sul congresso romano del Partito Democratico mi viene definita “lunare”, visto che prima di ogni altro appuntamento c’è il referendum sulla riforma Costituzionale, che si terrà il 4 dicembre. E verso il quale la Capitale cammina con ben poca serenità visto che l’intera città di Roma ha impiegato tutta l’Estate per riuscire a raccogliere circa 3.500 firme per il sì: un’inezia, e, mi dicono dal comitato Nazionale, “raccolte con enorme fatica”. Nemmeno 4mila firme da Roma contro le oltre 10mila della sola provincia metropolitana: un dato imponente che fa rabbia agli esponenti del Pd Roma che più si sono prodigati per i banchetti con le bandiere di #BastaunSì; la segreteria nazionale, mi dicono, è stata già debitamente informata su quali siano i territori”buoni” e quali quelli “cattivi”, e non è un caso, mi fanno notare, che Maria Elena Boschi alla Festa dell’Unità di Roma a settembre non si sia fatta vedere. Dunque, che da Roma possa arrivare un secco “no” al DDL Boschi di Riforma della Costituzione è un dato confortato dai numeri; e confermato dalla discussa apertura nei locali del Pd Testaccio del comitato “Democratici per il No” che parteciperà nel weekend alla festa romana del No al Referendum.

A seconda di come andrà la consultazione referendaria, è importante ribadirlo, partiranno due diverse Italie, due sentieri alternativi, “due scenari incompatibili”: in caso di vittoria del avremo Matteo Renzi confermato e rinforzato, insieme al gruppo dirigente nazionale – di cui Matteo Orfini fa parte; in caso di vittoria del No, che tutti ad oggi danno per più probabile salvo aggiungere che “la situazione è molto fluida”, avremo la salita al Colle con un probabile governo di scopo per l’approvazione di una legge elettorale che porti il paese al voto. Questi due esiti costruiranno due sentieri altrettanto diversi per il Partito Democratico romano: in un caso avremo il congresso romano a febbraio, come da circolare; nell’altro caso il congresso romano si dovrà tenere più avanti, insieme al congresso nazionale del Partito Democratico, forse in primavera.

In mezzo il non secondario appuntamento delle elezioni regionali per il Lazio, con Nicola Zingaretti “naturale candidato” alla successione di sé stesso; all’assemblea del Pd Lazio subito dopo le elezioni comunali aveva in effetti provato, il presidente della Regione Lazio, a gettare l’attenzione sull’incombente appuntamento delle Regionali: quando avete finito di giocare a rimpiattino ci sarebbe una regione che governiamo e una campagna elettorale da fare, sembrava dire il presidente Zingaretti al suo partito.

Un appuntamento elettorale davvero non indifferente, visto che l’esito del referendum, e il destino dell’Italicum, portano con sé anche la modifica delle normative elettorali per le regionali. Per questi appuntamenti elettorali avere un partito in salute sarebbe consigliabile; invece sembra un fatto che il Pd a Roma faccia una fatica immane a riprendersi dalla stagione di fuoco di Mafia Capitale e di Ignazio Marino: qualche iniziativa qui e là promossa dai soliti circoli con più intraprendenza, una nuova sede aperta a Villa Gordiani, molte chiacchiere, qualche incontro di componente.

Ad aver vinto la competizione interna delle elezioni comunali è il blocco, che si è fatto alleanza, fra le componenti del Pd più vicine a Nicola Zingaretti e i franceschiniani di AreaDem: componenti che esprimono i primi tre eletti al Consiglio Comunale, la capogruppo Michela di Biase e il presidente della Commissione Trasparenza Marco Palumbo; tutti si aspettano che queste componenti facciano valere dagli scranni del Campidoglio quella che qualcuno chiama già “la golden share” sui destini del Pd Roma. D’altronde, che siano o meno sostenuti da voti militarizzati, i consiglieri comunali sono gli unici che possano vantare un consenso chiaro, calcolabile e “pesabile”. Ci sono poi i renziani, divisi nelle varie anime del renzismo nella capitale che organizzano iniziative più che altro per il Sì al Referendum Costituzionale e qualche riunione di componente che mi è stata definita da chi era presente “fra il commovente e il devastante” per numero e qualità dei partecipanti; ci sono i più vicini a Roberto Giachetti che si organizzano nell’associazione Roma Bella che ha promosso la mattinata sui “cento giorni alternativi” di governo della Capitale, dove hanno sfilato gli assessori della – presunta – “giunta ombra” guidata dal vicepresidente della Camera.

Ci sono i forum tematici sui singoli temi (sociale, urbanistica ad esempio ) che sono tornati a riunirsi in base alle sensibilità dei singoli militanti, più o meno “ufficialmente incaricati” di riorganizzarli ed animarli; ci sono poi i Giovani Turchi di Matteo Orfini, la corrente che lo stesso commissario Pd ha messo “a disposizione” dichiarandola unilateralmente sciolta e che a livello cittadino, già da qualche tempo in realtà, non si incontra più; alcuni singoli esponenti, per lo più eletti nei consigli municipali, continuano un dialogo e un coordinamento sottotraccia sui temi, e lo stesso Matteo Orfini, che ha d’altronde terminato ufficialmente il suo mandato commissariale, è tornato ad occuparsi di questioni di rilevanza nazionale con la proposta di legge di modifica dell’Italicum, il cosiddetto Italikos: “E sai una cosa? E’ una proposta molto solida. Forse Matteo sta molto meglio in Parlamento che a Roma”, mi dice un consigliere municipale che si definisce “turco atipico”; e non è l’unico, in realtà, ad autodefinirsi in questo modo.

C’è chi è pronto ad utilizzare verso Matteo Orfini definizioni ben meno generose: “Io ho l’impressione che il 5 dicembre Roma si confermerà la tomba di Matteo Renzi, e che sarà Matteo Orfini ad averne celebrato il funerale”, mi commenta, sempre anonimamente, un altro esponente di lungo corso del Pd della Capitale. Pronto a prendere posizione il consigliere regionale del Lazio Fabio Bellini, da sempre vicino al commissario Orfini, raggiunto al telefono: “Chi assegna al commissariamento romano le ragioni della sconfitta in città non coglie il punto politico del lavoro di Orfini. Sul nostro operato e sulla nostra credibilità hanno pesato Mafia Capitale, e dico questo indipendentemente da come andranno a finire i processi. Un conto sono le situazioni politiche, un conto i giudizi penali”, sostiene il consigliere. “Come è del tutto fuori luogo aprire ora una polemica sui tempi del congresso cittadino; io, ad esempio, ero per farlo a settembre. Secondo me c’erano i tempi, ma non decido io: e questa è la differenza fra chi ha un’opinione e chi riveste una carica”, continua Bellini. Sulla stessa lunghezza d’onda Claudio Mancini, già consigliere regionale, dirigente regionale del Pd : “La politica si fa con azioni e dichiarazioni fatte per nome e cognome, tutto questo chiacchiericcio inizia ad annoiare”, dice Mancini.

Rimane vero che nei meandri del Partito Democratico del congresso romano si discute, e molto: nomi, posizionamenti, modalità, alleanze: tutto èpronto a cambiare un minuto dopo il referendum, ma ciò non vuol dire che non se ne discuta già. Congresso classico a tessere? E quali tessere, se il tesseramento non è ancora partito? Quale sarà la base elettorale del congresso Pd Roma? E ancora: c’è chi spinge per un congresso di “Rifondazione” del Partito romano, che non emetta tessere ma “attestati” come furono  quelli del congresso fondativo del Partito Democratico nel 2007. C’è chi chiede, poi, un congresso ancora diverso: “Il nuovo segretario è il nuovo gruppo dirigente dovranno avere mani libere, cioè non dipendere dalle cordate romane. Per avere mani libere ci sono due modi: o non essere votato da nessuno – ma non vedo in giro possibili “rottamatori” o essere votato da tutti. Vedrei bene un congresso a tesi, senza velleitarie truppe cammellate contrapposte. Chiamiamola una sospensione del pluralismo interno” dichiara allo Zaino Verde Fabio Salamida, coordinatore del Partito Democratico dell’Alberone, storicamente vicino a Roberto Morassut.

Il congresso a tesi, va detto, è stato già escluso da Matteo Orfini che ha ricordato come sia contrario allo statuto; ma voci di corridoio raccontano di una segreteria nazionale piuttosto sensibile all’idea di un congresso unitario, una nuova segreteria cittadina gradita a tutto il partito, tanto per evitare fastidiose spaccature e una nuova guerra totale fra i democratici dela Capitale; si narra di un dirigente nazionale di peso massimo che avrebbe chiarito, fra i tavoli della festa dell’Unità di Roma: serve un nome che tutto il partito sia disposto ad appoggiare, altrimenti niente. C’è già, però, chi si dice pronto a mettersi di traverso rispetto all’ipotesi di un congresso “pacificato”: “Noi riteniamo che si debba fare un congresso vero, non come gli ultimi congressi locali, semplici kermesse finalizzate a spartirsi i posti ma prive di qualsiasi sostrato politico”, dichiara allo Zaino Verde Federico Spanicciati, segretario del Pd Donna Olimpia: “Una mozione unitaria non è mai la premessa di un congresso vero. La politica richiede confronto, posizioni diverse che discutono,  rigoglio di idee e proposte. Una mozione unitaria appiattisce il dibattito sul nulla, mettere tutti nella stessa candidatura vuol dire fare una candidatura senza linea politica all’interno della quale ci si torna, ancora una volta, solo a spartire i posti. Noi dunque, avendo a cuore la ripresa dell’attività politica, faremo di tutto per rendere il dibattito congressuale vero”.

I nomi turbinano: presidenti di municipio graditi più o meno a questa o quella componente, alleanze a geometria variabile, il tempo che ci separa dal 4 dicembre è sempre meno e le udienze del processo Mafia Capitale sono ancora foriere di possibili sorprese; certo, hanno fatto abbastanza rumore le archiviazioni di oltre cento nomi, molti dei quali non avevano nemmeno ricevuto avvisi di garanzia visto che erano state tutte iscrizioni d’ufficio. C’è chi dice che il processo sia ormai morto, c’è chi dice che il peso politico delle inchieste va valutato al di là dei risultati giudiziari; c’è chi addossa al commissariamento del Pd Roma la “dissoluzione della classe dirigente della città” a causa di una vicenda legale “costruita dalla procura su basi fragili e gonfiata dalla stampa” e chi, senza scomporsi, ribatte: “Su una cosa, Matteo Orfini ha avuto ragione: nessuno dei suoi è stato coinvolto nel processo. E i tanti che dopo i primi avvisi di garanzia andarono al Nazareno a chiedere che fosse lui il commissario, ora sembrano averlo dimenticato, ma allora sapevano bene che la politica a Roma era marcia; tranne i Giovani Turchi, che dal processo sono rimasti fuori”.

Copertina: Damiano Zoffoli – Flickr


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