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11 aprile 2017

Il giornalismo è un mestiere Scomodo

Un giornale solo cartaceo, autofinanziato e sostenuto da una comunità fedele: l’esperienza degli studenti romani che ha qualcosa da dire ai grandi media

Scomodo è arrivato alla sua terza Notte Scomoda e al suo sesto numero cartaceo, autofinanziato, diffuso a mano fra Roma, Milano, Napoli: puoi trovarlo fra biblioteche, scuole e spazi occupati. Un progetto editoriale che si sostiene grazie agli sforzi di una redazione collettiva di ragazzi e grazie ai fondi radunati in notti bianche a cui, senza preavviso né dettagli, si presentano migliaia di giovani. Mentre l’informazione tradizionale è in affanno, gli studenti prendono parola.

Il giornalismo è un mestiere Scomodo

Il supplì

  • La litania sulla morte e sulla sopravvivenza della professione giornalistica ha raggiunto ormai la dimensione di una tiritera cantata con tono sempre più deprimente. Che la situazione fra carta stampata e web sia pessima è un fatto che non è possibile contestare; meno facile è capire come dare un contributo concreto per uscire dal vicolo cieco.
  • La discussione sull’informazione è principalmente una discussione sulle forme della sua sostenibilità: come è possibile far stare in piedi un prodotto giornalistico editoriale nell’era dell’accesso permanente all’informazione sulla rete globale? Un collettivo di oltre duecento studenti romani ha deciso che questa domanda esprimeva un falso problema, e che gli schemi tradizionali dell’informazione andavano, semplicemente, superati.
  • Scomodo è il mensile prodotto, stampato e distribuito dagli studenti delle scuole medie superiori e delle università della Capitale; tira 7500 copie al mese, se non sai dove si trova non puoi leggerlo, c’è sopra un’intervista inedita a Paolo Berdini, e per pagarlo gli studenti hanno organizzato una serie di feste requisendo per una notte alcuni immobili sfitti della città. E’ in arrivo un’estate ricca di festival, eventi e proposte ulteriori: teniamo d’occhio Scomodo, prima che ci arrivi ditto in casa per conto suo.

Ti è piaciuto il supplì e hai ancora fame?

 Ottimo, qui sotto c’è il reportage completo con foto, grafici e testimonianze. 

Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica e ai Lavori Pubblici del Comune di Roma Capitale, si è dimesso dalla sua carica il 14 febbraio 2017 dopo lo scandalo provocato dalle frasi captate dai microfoni della Stampa; da allora, è sparito nel nulla, e nessuno l’ha più visto o sentito parlare in città, se non in alcune seminascoste conferenze e presentazioni di libri: eppure gira per Roma una sua intervista di oltre tre pagine, inedita e ignota al circuito dei grandi giornali. Se l’avete letta è perché vi siete imbattuti in Scomodo: se no, sbrigatevi ad andare in biblioteca e a rendervi conto di cosa si tratta, perché è un fenomeno che non rimarrà underground ancora per molto.

Si è tenuta lo scorso 31 marzo, in un locale occupato della Capitale, la riunione plenaria dei redattori, dei collaboratori e degli attivisti di Scomodo, il mensile solo di carta che tira 7500 copie al mese, viene diffuso a mano e capillarmente nelle scuole, nei licei, nelle università; nelle biblioteche di Roma, Milano e Napoli. E’ il progetto editoriale che sta per aprire una campagna di crowfunding da 50mila euro e che finora si è sostenuto, andando in stampa senza sponsor e senza pubblicità, attraverso le Notti Scomode, feste musicali cittadine alle quali arrivano – quando va male – 4mila fra ragazzi e ragazze: il tutto solo attraverso il passaparola degli studenti, gli eventi Facebook, l’inoltro dei messaggi dalle chat. Le Notti Scomode non si sa nemmeno dove si tengono: si sa che ci sono, e basta; e qualcosa poi accade.

La notte Scomoda del 12 aprile 2017, la terza dall’apertura del progetto, sarà in una location rivelata come sempre all’ultimo momento (pare, in zona Ostiense); sarà animata da musica a tema “electro/swing/jazz”, con bar aperto, servizio d’ordine, regole ferree per chi entra ed esce: ne discutono i ragazzi – liceali e iscritti ai primi anni delle facoltà romane – nell’assemblea plenaria animata dal direttore e guida di Scomodo, Tommaso Salaroli; sembrano tenerci ad organizzare bene tutto, fino al minimo dettaglio: “Noi saremo lì dalla sera prima per pulire e mettere a posto”, si dicono dividendosi gli incarichi, gli orari dei guardiani notturni, le spese per i gruppi elettrogeni, i turni di pulizia, le politiche dei timbri, i criteri per trattare con le istituzioni che, certo, chiederanno ai ragazzi cosa stiano facendo tutta la notte lì: come quando 2mila studenti romani hanno occupato il liceo Machiavelli; o la seconda, quando 4mila ragazzi hanno letteralmente requisito gli stabili dell’ex arsenale pontificio a Porta Portese, animandolo fino all’alba; o domenica 19 marzo 2017, quando i ragazzi di Scomodo hanno calato una installazione artistica nello scheletro diroccato dell’ex fabbrica di Penicillina sulla via Tiburtina: incuranti di recinti, calcinacci, macerie e polizia.

“Guarda che non c’è mai stato alcun problema con le istituzioni: il nostro rapporto non è mai stato conflittuale. Cerchiamo un dialogo e ci presentiamo come un gruppo di ragazzi che porta avanti un’iniziativa per la città che ha come unico intento quello di farla respirare; ti farà ridere ma una volta ci siamo ritrovati a spiegare alle forze dell’ordine chi eravamo, e sono stati gli agenti stessi a chiedermi una copia del giornale”: ad accogliermi all’assemblea plenaria è la responsabile dell’Ufficio Stampa di Scomodo, una delle tante divisioni interne di una redazione che è più un collettivo fluido, mobile, poroso che dà l’impressione di una mobilitazione permanente.

In un’epoca in cui i precari dell’informazione vengono licenziati dalle grandi testate, le piccole esperienze di informazione locale chiudono, le agenzie di stampa aspettano col cardiopalma di vedere come andrà a finire la partita del bando europeo della Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’ex presidente dell’Ordine dei Giornalisti ha definito “irriformabile” la categoria, gli studenti delle scuole romane hanno preso parola: tre ragazzi hanno deciso di inventare un nuovo sentiero e poi l’hanno percorso senza autorizzazioni. “Ci piace definirci delle teste pensanti un po’ eterodosse”, mi dice la giovane dell’Ufficio Stampa: “Diamo il nostro contributo per salvare questa città. E la nostra generazione”. Sorride, poi: “Vedi, più che in quello che scriviamo, ci piace sentirci scomodi in quello che facciamo, e in come lo facciamo”.

Scomodo, uno schema – Elaborazione Lo Zaino Verde

Una consapevolezza che conforta. L’intuizione fondamentale dell’esperienza scomoda sembra essere infatti quella di un modello solido per sostenere l’informazione, basato sull’aggregazione di una base larga di lettori, simpatizzanti, sostenitori non necessariamente informatissimi o interessatissimi – in partenza – ma disposti a partecipare ad un’esperienza accattivante, semplice, accessibile che risvegli la città e sostenga il giornale. Una festa, insomma: “Che però non è il fine”, si affretta a dirmi Olivia, la ragazza dell’Ufficio Stampa: “La facciamo per finanziare il giornale, serve a farlo vivere. Noi non ci guadagniamo nulla“, sottolinea.

Affermazione, in effetti, azzardata: perché i ragazzi di Scomodo sembrano starsi guadagnando la Roma del futuro, quella dei ragazzi dei licei che aspettano ormai ansiosi l’uscita di un mensile fatto di carta, che tratta argomenti pesanti con articoli lunghi e approfonditi: da leggere, insomma, “con calma, voglia e pazienza”, come dicono i ragazzi stessi nella loro presentazione. Un prodotto editoriale che si dice pronto ad una estate ad altissima intensità e che vanta già copertine firmate da alcuni dei più noti e apprezzati disegnatori sulla piazza: per Scomodo hanno già disegnato Zerocalcare, Vauro, Altan e Makkox, oltre a Solo e Luca Ralli. “Gli abbiamo semplicemente scritto e ci hanno detto di sì”, mi spiega Olivia mentre l’assemblea, sullo sfondo, procede.

Scomodo – Assemblea Plenaria

Tutto è partito questa estate, dall’idea delle tre prime teste di Scomodo: Tommaso Salaroli, Edoardo Bucci e Adriano Cava; un’idea, la voglia di farlo, il primo passaparola: e l’istantanea consapevolezza che si sarebbe andati molto lontano. “Alla prima assemblea dei redattori interessati, lo scorso settembre”, continuano i ragazzi, “eravamo già un centinaio. E alla prima notte Scomoda al Machiavelli sono venuti in migliaia. Là bbiamo capito che ce la potevamo fare”: da lì i telefoni hanno cominciato ad essere incendiati, i ragazzi sottratti alle loro case: sempre in motorino, sempre operativi. “Sei tu il giornalista che ha scritto alla nostra mail?”, mi ha detto Tommaso, il direttore, incontrato allo Scomoday sulla Tiburtina: “Scusami, ma proprio non ho potuto ancora aprire il messaggio. Vieni intanto, ti faccio fare un giro: hai visto i murales qui sopra?”, ha detto, sorridente.

La prima copertura da parte della grande stampa è stata più che lusinghiera: “All’interno dei giornali avevamo dei contatti, chi per conoscenze chi per passaggi vari che abbiamo sfruttato per uno slancio iniziale; ma dopo il primo interesse, appena questi buffi bambini hanno smesso di sembrare una cosa nuova, nessuno ci si è più filato”, mi dice Olivia. Loro, invece, sono andati avanti: le Notti Scomode che continuano ad ospitare performance di giovani collettivi musicali techno, underground, installazioni artistiche “degli studenti del liceo artistico Ripetta” che solo così hanno potuto promuoversi, farsi vedere, giudicare, apprezzare dai propri coetanei: è il progetto parallelo Orfico, “un format di eventi curato dal collettivo di Scomodo. Ciascuna serata approfondisce una prospettiva differente sulla musica elettronica sperimentale contemporanea mettendola in relazione con altre forme espressive, quali l’arte visiva e multimediale, la parolaed il gesto teatrale”; come dicevamo, sei numeri cartacei all’attivo, la serie di documentari Voci dalla Metropoli appena lanciata oltre all’idea di fondare un’associazione culturale per intercettare possibili ulteriori possibilità di finanziamento e due Scomoday, ulteriori momenti di aggregazione realizzati in diurna.

A far funzionare la macchina c’è un modello organizzativo ormai rodato: un’assemblea plenaria dei redattori che “prenda le decisioni più importanti sul progetto, sulle feste, sul finanziamento”; dei capiservizio per i tre “pilastri” di Scomodo (Politica e attualità, Cultura e il macrocontenitore Scomodo Plus) e sopratutto tante, tante chat su Whatsapp: “Aspetta, fammi vedere. Ecco, ne conto dieci” fra il gruppone plenario, il circuito de “gli attivi” che sono poi quelli che sostanzialmente partecipano quotidianamente”, i canali redazionali, quelli organizzativi, quelli di servizio.

Mentre il vecchio mondo dell’informazione sembra non riuscire né a vivere né a morire, dalla città arrivano contenuti e, sopratutto, forme nuove: che scavalcano la dialettica social-reale per tornare con decisione deliberata e consapevole ad un’informazione “lenta e di carta” che “garantisce e facilita un’attenzione maggiore nella lettura e parte proprio dal cartaceo come mezzo di diffusione. In questo modo viene dato maggiore rilievo alla dimensione umana che vive dietro il progetto stesso”.

Una dimensione umana, comunitaria e, infine, cittadina a sostegno di un progetto editoriale di informazione lenta, cartacea e approfondita; animato da un collettivo di studenti che non ha più ore di sonno per quante cose ha ormai da fare e che conta di arrivare all’autunno con la garanzia di un finanziamento indipendente, capillare e sufficiente per auto-sostentarsi. “Ah, e non facciamo scherzi questa volta”, scandisce Tommaso dal microfono: “Durante la Notte Scomoda questa volta nessuno di noi beve gratis”.

E noi cosa possiamo fare?

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