On s'engage, et puis ... on voit. (Napoleone, citato da V. Lenin)
14 Aprile 2020

Il problema degli spiriti

L’episodio raccontato dalla mia fonte di partenza, quello degli africani all’ospedale che rifiutano le cure, era stato da subito fra quelli che i docenti contattati avevano voluto approfondire e precisare: e rileggendo il testo di questa parte del colloquio con Osvaldo Costantini, ho pensato che ci fosse qualcosa di prezioso da portarsi a casa; una di quelle sapienze dal fascino esotico, spiegate con il rigore di uno studioso.

“Ho visto molti africani all’ospedale che prima di accettare le cure vogliono parlare con l’uomo medicina del proprio villaggio”, aveva detto la mia fonte, il lavoratore del sistema statale dell’accoglienza: stereotipi superficiali e mal raccontati, avevano risposto sia Mariano Pavanello che, concordando, Osvaldo Costantini. Partendo dall’antropologia, ci siamo avventurati nei concetti di medicina e di salute per come la intendono i popoli del cuore d’Africa; sul rapporto fra approccio scientifico-biologico e riflessione sul senso delle cose. Ho trovato il tutto, soprattutto, estremamente curato e per nulla facilone.

Il problema degli spiriti

Il supplì

  • “Il vodoo uccide e a dirlo è stato uno scienziato”: è difficile camminare sul filo di questa frase senza cadere nella pseudoscienza e nel folklore promosso a conoscenza – una deriva che mi avrebbe portato a insospettirmi parecchio. Per buona sorte, non è così che andata.
  • Esiste un rapporto sottile fra i concetti e le parole sanno fare tutta la differenza – nel senso che contano, e molto: spesso tutto ciò che ci chiediamo è come accadono le cose. Osvaldo Costantini mi ha raccontato che ci sono altri popoli e altre tendenze di pensiero che, insieme al come, rimangono fortemente ancorati al perché.
  • Ragionare in questi termini può non aver nulla di vago, di new age o di etereo; sa invece calarsi nella concreta realtà e pare avere delle applicazioni concrete, immediate e cruciali, ad esempio nell’organizzazione dei sistemi sanitari occidentali.

 «Iniziamo ad usare le parole corrette: in Africa non ci sono sciamani. E non è una questione solo di termini o di sbagliati paralleli con gli indiani d’America, è proprio un affare sostanziale: lo sciamano è il soggetto che ti propone di lavorare su un problema che tu hai, che tu dici di avere, attraverso un’esperienza di trance, un viaggio in un altro mondo. Sul teatro africano tutto ciò non trova spazio e dobbiamo parlare piuttosto del problema degli spiriti e di quella che noi chiameremmo superstizione.

Riprendo l’episodio che mi hai proposto, quello dei migranti visti all’ospedale che prima di accettare delle cure “alla occidentale” esprimono il desiderio di poter parlare con l’autorità spirituale del loro villaggio. Fai attenzione perché qui dobbiamo avventurarci profondamente nella riflessione antropologica: inizio con il dirti che gli africani l’aspirina, la tachipirina, la vogliono e la prendono eccome – e anzi, corrono a rifornirsi di medicinali appena possono perché, per un certo razzismo introiettato, le ritengono “le medicine dei bianchi” e quindi un sacco fiche. Ora arriva l’antropologo, ed ecco la prima domanda: siamo sicuri, ma proprio sicuri che l’approccio scientifico occidentale, quello di una medicina positivista basata sulla biologia, esaurisca la complessità della “salute” umana?

Walter Cannon era un antropologo americano che negli anni ‘40 studiò il voodoo e disse, io, occidentale, che guardo le prove empiriche, ti devo dire che il voodoo uccide. Cioè, io ho visto arresti cardiaci legati ad attacchi voodoo. Devo dirti che il voodoo uccide perché attiva una forza spirituale? Non posso, io sono uno scienziato, disse Cannon, devo trovare un’altra spiegazione. Allora ipotizzo che il sistema nervoso centrale, dove risiede anche l’apparato parasimpatico che comanda il cuore, si sente attaccato da una ritualità sociale – appunto il voodoo – e allora innesca una reazione fisiologica di iper battito. Il cuore fa il resto.

Ora non mi interessa stare qui a capire se aveva ragione, volevo introdurre questa parola che è importante: sociale. La medicina tradizionale, la medicina africana è prima di tutto medicina sociale. Si potrà ben dire che nell’approccio medicale occidentale la medicina è un servizio, ha un che di alienante. C’è la relazione medico paziente, è vero, ma per il resto il soggetto è preso insieme alla sua patologia e sganciato dalla complessità in cui è inserito. Per gli africani, e arrivo al punto, l’approccio scientifico occidentale non è sbagliato, ma è incompleto. Queste persone rimangono connesse all’idea di dover capire il perché delle cose, di trovare un’orizzonte di senso a quel che accade. Se crolla un fienile addosso ad un abitante del villaggio e tu chiedi come è successo, ti diranno che beh, le tarme avevano roso la struttura e lui si era seduto nel posto sbagliato. Se chiedi perché è finito sotto il fienile e ci è rimasto secco, eh bé, no, lì è tutta un’altra faccenda, c’entra la stregoneria.

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Posto che io ritengo che tutto ciò sia affascinante e abbia anche qualcosa da insegnarci, non è questo il tema: quel che sto dicendo principalmente è che per questi gruppi sociali questo approccio è vincolante, è doxa, è opinione comune: per loro il ragionamento occidentale non risolve alcune domande fondamentali dell’esistenza. Per questo se vogliamo parlare di vivere insieme in un mondo globale dovremmo evitare di essere riduzionisti in una maniera anche un po’ cheap, un po’ cretina, consentitemelo: cioè, di tutti i problemi che abbiamo adesso il punto è che se vediamo un africano all’ospedale che rifiuta le cure, serve fare questo passetto in più, conoscere la cultura dell’altro, qualcosa che poi, alla fine, farebbe bene a tutti?

Intendo che è davvero troppo importante di avere mediatori culturali nelle strutture di presidio, negli ospedali appunto, nelle scuole: e mediatori culturali che smettano di essere poco più che interpreti, simpatici aiutini per fare sì che il povero negretto sia comprensibile agli schemi del potere established bianco. Ormai sono molti gli immigrati “ben integrati” che fanno questa cosa, cioè fanno la mediazione culturale che piace alle questure: accompagnano, traducono, aiutano a schedare, si assicurano che i migranti siano compatibili con gli schemi occidentali. Sono quelli che Malcolm X avrebbe chiamato i negri da cortile».

Osvaldo si era alzato per fare un altro caffè e, arrivati a questo punto, ero sinceramente molto contento di aver potuto parlare con lui; più che smentire duramente ciò che la mia fonte aveva voluto individuare come problemi principali, il ricercatore aveva confermato, precisato ed espanso quelle considerazioni, con racconti e contributi che da subito ho trovato originali, interessanti e molto poco sentiti nella stampa generalista. In breve, diventavo convinto di star facendo un buon lavoro: e probabilmente, avendo intuito dal tono della voce che il materiale raccolto mi iniziava a sembrare abbastanza, Osvaldo mi ferma e mi dice: «Sì, ma prima che te ne vai, Tommà, io voglio dirti un’altra cosa».

«C’è un altro riduzionismo, altrettanto deficiente se non di più, che va molto di moda soprattutto a sinistra. E’ quello del vedere i neri, “i migranti” come vengono chiamati, come soggettività necessariamente rivoluzionarie. C’è un diffuso innamoramento verso i popoli d’Africa, come se un ragazzo che traversa il deserto e il mare su di un barchino sia necessariamente parte di una avanguardia di cambiamento epocale. Adesso ti spiego perché questo approccio ha veramente rotto le palle».

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  • Come ti dicevo nelle scorse puntate e come magari stai imparando, nel lato destro di questa pagina, se leggi da mobile, ci sono delle icone che si possono aprire con materiale aggiuntivo. Li chiamiamo metacontenuti e danno il contesto.
  • Per approfondire: “Indicibile e Non-detto: Schiavitù e stregoneria fra Confessione e Negazione”, Mariano Pavanello, inedito. Contattami e te lo passo.