La democrazia, è un lavoro duro (B. Obama)
11 Giugno 2016

Sandro Medici passava di lì e ha sbancato Sinistra per Roma

Intervista all’uomo da 3mila preferenze della lista a sostegno di Stefano Fassina; fra Virginia Raggi, Roberto Giachetti, una città che è “una galassia di piccole cose”, e le marmellate.

Le elezioni amministrative comunali Roma 2016 si sono chiuse con un magrissimo risultato per la lista di Sinistra per Roma che candidava a sindaco Stefano Fassina: nemmeno il 5% dei voti. Nel brutto risultato di quella che voleva essere la costola romana di Sinistra Italiana – il nuovo partito della sinistra nazionale, ancora in fase di formazione – spicca però il risultato di Sandro Medici, storico esponente della sinistra radicale della città; dal 2001 al 2013 è stato ininterrottamente presidente, per Rifondazione Comunista, dell’ex X Municipio di Roma (oggi VII Municipio): da San Giovanni a Cinecittà, è il municipio più popoloso della Capitale. Nel 2013 Medici è stato candidato da una coalizione di forze di sinistra radicale per il Campidoglio con la lista Repubblica Romana, arrivando al 2%; nel 2016 si è ripresentato nelle liste di Sinistra per Roma, dove è stato il candidato più votato per numero di preferenze.

Sandro Medici passava di lì e ha sbancato Sinistra per Roma

Il supplì

  • Nel magro risultato di Sinistra per Roma, coalizione a sostegno di Stefano Fassina candidato sindaco a Roma, rimbomba il risultato di Sandro Medici: per anni amministratore di un municipio della Capitale, ottiene oltre 3mila voti di preferenza personale e diventa primo dei non eletti.
  • Questo risultato è importante perché la sinistra, in città, è divisa: fra chi al secondo turno ipotizza una qualche forma di sostegno al Partito Democratico di Roberto Giachetti candidato sindaco e chi – ed è la linea ufficiale – si schiera per il “nessun sostegno” né a Giachetti né tantomeno a Virginia Raggi, candidata sindaco per il Movimento Cinque Stelle; anche se non è affatto un mistero che molti militanti di sinistra siano pronti a sostenere la candidata pentastellata. In questo quadro, Sandro Medici è un po’ un «caso a parte», una sorta di padre nobile, fa storia a sé.
  • Ho incontrato Sandro Medici al Pigneto; abbiamo parlato di Roma, di come deve essere amministrata, di quale sia il modo per ripartire dalle piccole cose per ricostruirla; di Sinistra Italiana, del suo processo costituente; di chi lui pensa di votare al ballottaggio, se Virginia Raggi o, al contrario, Roberto Giachetti. E di marmellate.

Ti è piaciuto il supplì e hai ancora fame?

Ottimo. Qui sotto c’è la storia completa con foto, video e notizie.

 

“Va bene Tommaso, mi sembra che tu voglia far presto questa cosa quindi vediamoci sabato mattina al Pigneto”: appuntamento con Sandro Medici fissato. Ho ottenuto la sua mail da un rappresentante di lista incrociato al seggio centrale di Roma – dove, mentre scriviamo, ancora non è concluso lo spoglio di alcuni municipi, fra cui il II Municipio, il quale probabilmente andrà a ricorso per molte contestazioni; ho scritto a Medici per concordare un’intervista, e di lì mi ha richiamato lui al telefono. L’uomo da 3mila preferenze personali su Roma ha detto sì.

“Sì, in effetti sono molto contento”, mi dice, mentre ci sediamo in un bar vicino alla stazione Pigneto della metropolitana. “Sono tornato ‘ricco e spietato’, come dice Nino Manfredi in ‘Straziami ma di baci saziami. E poi”, continua, “sono molto felice perché ho passato gli ultimi mesi a scrivere un nuovo libro. Mi ha fatto stare molto bene”.

“E’ stato un risultato difficile, sopratutto perché in molti mi hanno ostacolato, anche fra gli amici”, dice Medici, che dopo l’esperienza di Repubblica Romana nel 2013 è sostanzialmente “stato a riposo”. Anzi, a fare le marmellate, di cui è diventato – mi racconta – un raffinato gourmet – anche grazie al suo giro di “spacciatori di frutta buona”.

(Le marmellate di Sandro Medici. Durata video, 30 secondi)

Chiudo il video ai trenta secondi precisi: “Perfetto”, gli dico; “guarda che a me mi chiamavano Sandro-buona-la-prima“, mi risponde.

Volevo iniziare parlando del partito, di elezioni, della situazione di Sinistra per Roma, però ho pensato che dovremmo tornare a parlare delle cose vere, della realtà. Un giovane consigliere municipale mi ha definito Roma “un cumulo di macerie”: tu pensi sia così? O qualcosa si vede sopra le rovine?

Questa è una città generosa, che quando tocca la crudezza della vita sa tirarsi sempre su. Certo, oggi, se pensiamo che sia la politica, il governo, la funzione pubblica, a poter aggiustare da sola le cose, sbagliamo. Il pubblico deve, e può, attivare, formare, ma per cambiare le cose serve il sentimento popolare, il movimento delle persone.

Può essere che quello che la sinistra ha da dire, e da dare, si perda, non arrivi, perché gli uomini di sinistra hanno demeritato prima di tutto nelle relazioni interpersonali, persona per persona, casa per casa, strada per strada?

Certo. La gentilezza è centrale in un’era in cui il sentimento prevalente è il risentimento, l’odio, la collera che non trova deposito se non in forme malintese, come quando le persone pensano che la causa dei propri problemi stia negli altri – ad esempio negli stranieri. Noi sembriamo sempre pòrci in maniera arrogante, invece dobbiamo cambiare approccio, ritrovare il garbo, tornare dalla parte delle persone.

Il tema è quindi prima di tutto umano, la relazione … [mi interrompe]

Guarda: la sinistra è insopportabile. La butta continuamente in caciara, sposta sempre più in là la risposta concreta, la presa di posizione. E io capisco che sia difficile dare delle risposte, ma noi sembriamo sempre dare delle risposte preconfezionate, avere in tasca la verità, e questo è detestabile. Detestabile. Comunichiamo sempre all’altro: ho ragione io. Io per carità, capisco che questo nasca in buonafede, perché deriva comunque da una maggiore elaborazione, da una maggiore profondità politica. Però…

Come dire: tutto giusto eh, ma anche meno.

Esatto. E’ meritorio, ma trasmette principalmente insopportabilità. Questa cosa io l’ho imparata facendo l’amministratore a Cinecittà, e mi ha anche aiutato a cambiare qualcosa di me, a mettermi in discussione. Ti racconto questo aneddoto: ad Osteria del Curato, anni fa, a un certo punto sono arrivate delle roulotte dei nomadi, dei Rom, si sono appoggiate e tu capirai, la gente è andata nel panico, hanno chiamato la polizia, e insomma chiaramente io, presidente di municipio, vado a parlarci.

Arrivo lì e già vedo tutti gli uomini seduti al tavolo con le loro panze gigantesche, e io già lì dico: perché solo voi? Vorrei parlare con l’intera comunità. Com’è, come non è, alla fine ci parlo e loro mi dicono: presidé, non si preoccupi, noi siamo qui di passaggio, dobbiamo andare a Ferrara. Io dico: va bene, vi do questa autorizzazione temporanea e tanti saluti. Sono tornato dai cittadini e ho detto quello che era successo, di stare tranquilli che sarebbero stati poco, e che era tutto a posto. Loro ascoltano, vanno via, e uno mi prende da parte e mi dice: “Presidé, si, va bene, c’hai ragione. Ma levace gli zingari da sotto casa”.

Mi sembra che le cose siano andate proprio così il 5 giugno: le persone sanno bene che il centrosinistra, per valori, per attitudini, è molto più ragionevole e adatto a governare del Movimento Cinque Stelle. Che “ha ragione”. E però non lo votano uguale, perché ha scelto di essere antipatico, complicato, distante.

Chiaro. Abbiamo messo insieme Er Pomata de Cinecittà con i moderati boyscout dei quartieri bene, tutti contro di noi.

In tutto questo c’è una forza di sinistra, quella per cui hai scelto di tornare a candidarti (Sinistra Per Roma), che sta cercando di capire come comportarsi nei prossimi appuntamenti.

(Paolo Cento, già parlamentare, è il coordinatore romano di Sinistra Italiana)

Ieri è uscita la notizia che l’attivo degli iscritti ha deliberato di non volere in nessun modo alcun apparentamento con il centrosinistra di Roberto Giachetti, né al Comune né sui territori.

[Ride] Ah, c’è qualcuno che delibera? Un organo di partito? Che bello, io non lo sapevo.

Sì guarda, ti faccio vedere…

Ma sì, lo so, era una battuta. Che dire? Intanto è una grande novità. Sancisce che non si ha più la disponibilità per fare alleanze col Partito Democratico nonostante ce ne siano, attive e governanti, tipo quella che governa la Regione Lazio. O Massimo Zedda, a Cagliari.

Ecco, siccome tiri fuori tu il tema, io proprio di questo volevo chiederti: la sinistra a Roma è spaccata fra chi vuole appoggiare il governo del centrosinistra – come in Regione – e chi vuole andare per conto suo.

Siamo in un processo e come in tutti i processi ci sono delle contraddizioni. Il fatto è – chiaro – che una parte di Sel ha deliberatamente sabotato il progetto di Sinistra per Roma, o non l’ha abitato al meglio. Legittimamente: ha delle perplessità, non è convinta.

Parli delle persone più vicine a Massimiliano Smeriglio – vicepresidente della Regione Lazio – che due giorni fa non hanno partecipato all’incontro in cui si è deciso di non allearsi col Pd.

Se è per questo non si sono presentati nemmeno all’assemblea dopo il voto, a Testaccio. Segnalano una distanza, una difficoltà. Quanto sta accadendo non è solo un cambiamento di linea politica, è un cambiamento profondo della realtà: il Partito Democratico in questo momento è il gestore più efficace delle politiche antipopolari che arrivano dall’alto, dall’Europa, dai macrosistemi. E questo impedisce alla sinistra di fare politiche di redistribuzione, politiche sociali, se alleata con il Partito Democratico; io vengo da 12 anni di storia di centrosinistra unito in cui qualcosa, onestamente, abbiamo fatto, con i nostri mezzi sicuramente, ma qualcosa abbiamo fatto. Negli ultimi anni questo non è semplicemente più possibile: una forza di sinistra non ha più alcuno spazio di manovra accanto al Pd. Non è più come ai tempi di Rutelli, di Veltroni.

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Al tavolo con Sandro Medici

Senti, riguardo quell’era io rimango abbastanza affezionato all’analisi che fa Walter Tocci – vicesindaco di quelle giunte– che dice che la sinistra non ha governato bene la città, non l’ha governata affatto: ha solo assecondato una fase di crescita che comunque c’era e ha fatto qualcosina. Mi sembra poco.

Questo è molto vero. Ma le politiche di austerità ancora non c’erano e non avevano ancora cambiato la politica. E non c’era ancora questa subalternità della politica all’economia. Non c’era ancora Mario Draghi che diceva che i governi dei paesi europei dovevano semplicemente mettere “il pilota automatico”. L’esperienza di Ignazio Marino alla fine è proprio questa: sarà stato un pasticcione ma tentava di fare qualcosa che andasse oltre le logiche dell’equilibrio di bilancio. Siccome non è più possibile andare oltre questo equilibrio, non è riuscito a fare niente.

Mi vengono in mente due considerazioni, però: primo, è un sacco facile fare politica sociale in un contesto di moneta sovrana in cui i soldi sono infiniti – tanto, se finiscono, li stampi; secondo, che allora la battaglia sociale deve essere europea, deve spostarsi a Bruxelles.

Chiaro. Io sono convinto che stiano facendo bene i Greci. E che il primo sostenitore di quello che fa Alexis Tsipras sia Barack Obama; gli americani stanno iniziando a fare politiche sociali, mentre gli europei ormai fanno solo politiche bancarie. E’ chiaro che dobbiamo fare la battaglia “al centro dell’impero”, ma non è vero che nel frattempo non si possa fare qualcosa di sociale, per le persone, vicino a noi, con i bilanci dei comuni. Certo, l’intervento diretto del pubblico non può che essere minore: e allora, il punto è che le politiche sociali si devono fare nel rapporto diretto con le realtà sociali. In una condizione di riduzione dei finanziamenti un amministratore ha due scelte: o si fa quel che si può o si trova un’altra strada.

Tipo?

Ti racconto una cosa che facemmo a Cinecittà: c’erano questi lavoratori ex detenuti che lavoravano con una borsa lavoro, poca cosa; un esperimento assistenziale, sarà stato un sollievo, gli dai qualcosa però finisce lì, non cresce, non crea sistema. Noi ci inventammo un’altra cosa: gli dicemmo signori, l’assistenza è finita, facciamo qualcosa di stabile. Creiamo una cooperativa – di quelle agevolate ex legge 238, quelle per impiegare i cosiddetti “soggetti deboli” che possono ricevere direttamente i finanziamenti – e ci fate il servizio giardini.

Sandro, questo è esattamente il sistema che ci ha portato a Mafia Capitale.

Ah, ma allora la vuoi sapere proprio tutta eh? Bene. Sì, lo so, ma non è che allora quel sistema è sbagliato. Ti devi assumere dei rischi: loro ci misero sei mesi per decidere e alla fine posero una sola condizione, che io fossi il presidente della cooperativa. In un anno ottenemmo tre risultati: primo, loro diventarono persone normali, si reinserirono nella società, uscirono dallo stato di minorità e tornarono cittadini; secondo, il più importante: erano bravi. Arrivavano nelle scuole e la gente gli faceva festa, perché tagliavano i prati, gli alberi, sistemavano le lampadine, cambiavano le maniglie, ovvero aiutavano l’amministrazione a risolvere tutte quelle infinite rotture di coglioni che sono il giorno dopo giorno dell’amministrazione vera – perché non è che se hai bisogno di cambiare una maniglia vai e lo fai, devi mettere delle firme, c’è una procedura. E terzo, l’amministrazione effettivamente risparmiava.

Ho capito, ma questa è comunque una resa del pubblico. Tu dai l’amministrazione, chiavi in mano, al privato.

E c’è privato e privato. A Cinecittà non c’è il centro antiviolenza, che dovrebbe esserci per legge: lo fanno le donne in una struttura occupata. E’ una cosa bellissima, e quello è privato? Sì, è privato. E allora? Devi correre il rischio: fammi finire però. La cooperativa di cui ti parlavo si chiamava, e si chiama, Cantieri Sociali, e fece scuola; altri territori iniziarono ad essere interessati, incuriositi dall’esperimento. E chi mi si presenta un giorno in municipio? Salvatore Buzzi: “A Sandro, ma che state a fa’ co sta cooperativa? Ma chiedete a noi no?”. Questo lui voleva: il monopolio. Il problema è questo, non il dialogo fra amministrazione e privato, che è la sussidarietà intelligente. Il problema è la grandezza.

Salvatore Buzzi, a capo del sistema di cooperative "29 Giugno" è il principale imputato "economico" del processo Mafia Capitale; è accusato di aver messo il sistema della cooperazione al servizio delle mire criminali di Massimo Carminati. Foto: Twitter
Salvatore Buzzi, a capo del sistema di cooperative “29 Giugno” è il principale imputato “economico” del processo Mafia Capitale; è accusato di aver messo il sistema della cooperazione al servizio delle mire criminali di Massimo Carminati. Foto: Twitter

Mi viene in mente quel che dice Bernie Sanders in America: “Se è troppo grosso per fallire, è troppo grosso per esistere”.

Bravo. Le cose devono essere piccole, gestibili. A Roma il modello della politica come pianificazione strategica complessiva è crollato, bisogna trovare un metodo diverso. La città deve essere una galassia infinita di piccole cose che la politica attiva, sovrintende, cura: questo è un modello che corrisponde di più al sentire comune perché lascia libere le persone. E il pubblico, tutto questo, lo dovrebbe agevolare, mettendo a disposizione il suo grande, gigante patrimonio pubblico: perché Roma non è Parigi, Roma è Calcutta. E non la tieni insieme, in ordine, questa città, le situazioni economiche e sociali non trovano risposte; e come in una vera città meridionale – quale è Roma – ogni cosa trova il suo spazio per conto suo.

Va bene, allora mi chiedo chi però poi controlla e quanto costi controllare tutto questo.

Deve controllare il pubblico, sennò che cazzo di altro fa se non controlla? Questa roba fuori dall’Italia io l’ho vista a Lilla, in Francia.

(Colonna sonora: “La Lilloise”, Accordzeam. Valzer a 5 tempi)

Martine Aubry, la sindaco socialista, si è accorta che avevano questa fabbricona abbandonata acquisita al patrimonio, e allora il comune ha deciso di darla alle realtà sociali di cui si fidavano. Ma con degli obiettivi prestabiliti, chiari e trasparenti: qui mi ci fai 150 feste per bambini all’anno, mi ci fai 8 mercatini, 6 concerti, 4 fiere, che ne so, cose precise e nette. Firmi? Ok, tieni un milione di euro per gestire la struttura.

Un bel rischio.

Certo che ti prendi un rischio: ma se non te lo prendi? Qual è l’alternativa? Quella dei grandi eventi che dovrebbero mettere in moto le città: facciamo le Olimpiadi. Facciamo l’Expo. E poi pagheremo le scorie di queste passioni momentanee che durano quanto, un anno, due anni? Il Giubileo della Misericordia è diverso per ordine del Papa che ha detto: qui, di grandi cose non ne voglio. Sì, ti prendi un rischio: ti devi affidare alla tua gente, è la tua migliore risorsa. Ti devi affidare alla città, devi conoscerla. Più cultura è meno paura: l’amministratore è un pianificatore culturale, politico, non più strategico globale. Deve creare le occasioni perché le persone stiano insieme, ce le deve anche calciare, quasi costringere. Devi far vedere che è possibile: e ti dico che parti di questo ragionamento che abbiamo fatto non solo hanno funzionato finora, ma funzionano tuttora.

Bene. Diciamo che questi sono gli obiettivi politici, la destinazione. Per trasformarli in realtà serve un veicolo di consenso, serve una forza politica, serve un partito; un partito – immagino – di sinistra, che in questo momento in città è in fase costituente. Che pensi di Sinistra Italiana?

[attende un minuto]… non lo so. Oggi la sinistra non ha consenso, e chi ha consenso non è più la sinistra. E’ un partito liberale, il Pd, e il consenso alla sinistra è stato strappato dal Movimento Cinque Stelle. Io penso che la prima cosa che dovremmo fare sia parlare a quelli che sono di sinistra ma non sanno di esserlo. Rompere ogni sfumatura di connivenza col potere, essere radicalmente alternativi. Una ragione del fallimento di Sinistra Per Roma è che è stata percepita come una cosa ambigua, che dice una cosa e ne fa un’altra. Questo deve finire, sennò non sei credibile. I Cinque stelle ci hanno cannibalizzato per questo, e ora abbiamo una scelta: o scegliamo di stare nel piccolo circolo confortevole, o scegliamo di impegnarci e, nel caso, di non farcela nonostante tutti i nostri sforzi. Io scelgo questo secondo rischio.

Come, concretamente?

Primo: recuperiamo una posizione. Chiediamo scusa, persino per colpe che non abbiamo. Evidentemente abbiamo sbagliato: diciamolo. Abbiamo fatto degli errori, vanno ammessi. Secondo, ripopoliamo i nostri mondi, anche agendo sul simbolico, sopratutto. Facciamo dei gesti: individuiamo dei punti fondanti della nostra protesta, e facciamo la protesta. Siamo contro le Olimpiadi? Andiamo sotto il Coni coi cartelloni, pure fossimo in quattro. Diamoci un’identità nuova.

Sandro, tu sei arrivato ad oggi da un percorso diverso, la coalizione che nel 2013 ti sosteneva in un certo senso si candidava contro le persone con cui oggi hai scelto, di nuovo, di impegnarti.

La coalizione che sosteneva Sandro Medici - Repubblica romana nel 2013
La coalizione che sosteneva Sandro Medici – Repubblica romana nel 2013

Oggi hai preso 3mila preferenze e sei il primo dei non eletti; sei andato sopra tutti, sopra chi vuole fare l’alleanza col Pd e sopra chi non vuole farla. C’è gente che ti ha votato in tutta la città, in tutti i territori: e io penso che queste persone siano interessate a capire cosa ne pensi dei prossimi appuntamenti, dei prossimi passi.

Del ballottaggio, dici?

Certo.

Vedi, sono due cose diverse. Un punto è il voto, se e per chi votare. L’altro è, eventualmente, in corso d’opera – se ci fosse un sindaco Cinque Stelle – dialogare o distanziarci sui singoli punti qualificanti del loro operare.

Ho capito Sandro, però in concreto, scusami: ci sono degli elettori, dei compagni, che io ho visto sui social network quando è stata annunciata la giunta ipotetica, possibile, di Virginia Raggi. Sono in difficoltà.

Certo. C’è Paolo Berdini all’urbanistica, dovrebbe essere sicuro, e per me Paolo è un fratello. Eppure attualmente, per come si è configurato il Movimento Cinque Stelle fino ad ora, continuo ad avere una remora, un dubbio, per come è fatto, per come funziona. Al Parlamento Europeo si schiera con i peggiori razzisti, mentre a Livorno lotta contro il monopolio delle commesse pubbliche: il secondo dei due Movimenti Cinque Stelle mi piace, il primo no. Cosa ti devo dire? Io non lo so, mi sembra che la scelta sia fra due persone. Cosa farebbe Virginia Raggi col patrimonio? Col debito? I bandi pubblici? Siccome sento incertezza da entrambe le parti, non voterò, credo, nessuno dei due.

Io ho però paura che se ci fosse qui Matteo Salvini ci direbbe: sapete una cosa, siete indecisi? Fate così, votate bianca o nulla. Il non esprimersi è comunque fare un favore alle forze di destra?

Sì, certo, capisco. Ripeto, non lo so, non lo so ancora. A me quello che preoccupa tanto è l’indifferentismo del Movimento Cinque Stelle, il fatto che ci possa portare, nel lungo periodo, in un mondo in cui c’è tutto e il contrario di tutto e non ci sono più differenze. Più cresce, il movimento, e più sarà così. Ma questo è il segno di un’epoca dal profilo un po’ irrisolto, un po’ misterioso.