La democrazia, è un lavoro duro (B. Obama)
20 Giugno 2016

Sì, invece: Virginia Raggi sindaco è – ancora – un voto di protesta

Niente cambiamento; quello che ha portato il Movimento Cinque Stelle al Campidoglio è un voto di punizione, persino di rivolta su tre piani: umano, amministrativo e politico

Virginia Raggi del Movimento Cinque Stelle prevale su Roberto Giachetti del Partito Democratico ed è il nuovo sindaco di Roma: i pentastellati avanzano in tutta Italia ed espugnano roccaforti impensabili, come Torino. Per il presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi si tratta non “di un voto di protesta, ma di un voto di cambiamento”; eppure, per come conosco Roma, resto convinto che l’esito delle elezioni abbia pochissimo a fare con il Movimento e con i suoi programmi, e moltissimo con la protesta. Virginia Raggi conquista Palazzo Senatorio per totale demerito dei suoi concorrenti, che vengono puniti da un voto di rivolta su tre piani: umano, amministrativo, politico.

Sì, invece: Virginia Raggi sindaco è – ancora – un voto di protesta

Il supplì

  • La dimensione del successo del Movimento Cinque Stelle in tutta Italia spinge gli analisti a pensare che la forza politica fondata da Beppe Grillo stia superando le fasi iniziali della ribellione contro la politica e sia pronta a fare il salto di qualità: dalla protesta, insomma, alla proposta. Anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi è convinto che quello amministrativo sia “un voto per il cambiamento”.
  • Del Movimento Cinque Stelle in sé, a Roma, per quel che vedo io non interessa niente a nessuno. Nessuno che non sia già fidelizzato o militante va alle loro iniziative, nessuno conosce chiaramente i loro programmi, i candidati a Cinque Stelle sono cittadini di buona volontà senza contenuti particolarmente strutturati. Credo che i cittadini abbiano dunque usato il simbolo a Cinque Stelle per punire, deliberatamente, il Partito Democratico e il centrosinistra.
  • Un voto ancora di protesta dunque, che secondo me si sviluppa su tre piani: una protesta umana, perché una classe politica arrogante e autoreferenziale viene mandata a quel paese; una protesta amministrativa che sale da una città priva di qualsiasi vero governo da vent’anni; una protesta politica che punisce il presidente del Consiglio, che da due anni fa del suo meglio per costruire una corsa romana a lui ricollegabile.

Ti è piaciuto il supplì e hai ancora fame?

Ti è piaciuto il supplì e hai ancora fame? Ottimo. Qui sotto c’è l’articolo completo da oltre 2000 parole diviso in tre parti con foto e pensieri.

1) Una protesta umana

La sera del ballottaggio, dopo essere passato al comitato per Roberto Giachetti, sono andato davanti al comitato per Virginia Raggi. C’era gente in festa – normale, in un’elezione vinta, direi – qualche personaggio in cerca d’autore, cittadini che arrivavano con le bandiere. “Ce l’ho anche io, guarda” – la cover del telefono con l’adesivo del Movimento Cinque Stelle, ha detto una militante: “No, sei fuori moda, io ce l’ho migliore”, le risponde un altro, festante, mostrandole la sua.

L’atmosfera era di una relazionalità molto allegra e semplice, per nulla profonda: le urla erano più o meno sul tono di “Renzi a casa”, “Sindaco sindaco sindaco de Roma”; sembrava un buon incrocio fra i tifosi della domenica e la politica al bar: un’aria, ovvero, popolare. A un certo punto è stata diffusa la lettera aperta del marito di Virginia Raggi indirizzata al sindaco, in cui Andrea Severini si congratulava con la neoletta dicendole, in chiusura, che le sarebbe molto mancata; in molti l’hanno fatta circolare sui social e io l’ho condivisa su Twitter, ripetendo quanto avevo detto giorni fa: loro, almeno, sono persone.

Più ci penso, più mi convinco che il 19 giugno è stato liquidato prima di tutto un modello umano; un modo di stare al mondo, di vivere le relazioni, di camminare per la città. Da un lato, gli ultimi eredi della politica strutturata che dicono robe tipo “è complicato”, “ci vuole tempo”, “facciamo un percorso”; dall’altra, chi ha deciso che questo continuo buttarla in caciara, indulgere nell’analisi, autonarrarsi, quando va bene è stato sintomo di inefficienza politica, chiacchiere insulse perché nulla cambiasse; quando va male, è stato la scusa per prendere tempo mentre si rubava.

Tornando a casa mi sono fermato a leggere Giacomo Gabbuti, economista e studioso, che, credo, ha colto il punto meglio di me.

La lettera del marito di Virginia Raggi è stata criticata sui giornali e sulla rete ; una giornalista dell’Espresso e una delle principali e più autorevoli blogger dell’attivismo femminista italiano hanno espresso parecchie – e rispettose – perplessità sia sull’opportunità del pubblicare una lettera del genere, sia sul lessico utilizzato da Severini. Secondo loro un’uscita del genere da parte del marito della Raggi non avrebbe che l’effetto di “pesare”, in qualche modo, sulla vittoria della nuova prima cittadina di Roma.

M sono chiesta: ma se la Raggi fosse stata un uomo, la consorte si sarebbe mai comportata così? O avrebbe magari taciuto questo aspetto, facendogli godere la vittoria? Che cosa ne dobbiamo inferire, noi donne, così superficialmente e senza sapere nulla di più? Che il prezzo che si paga, ancor prima di cominciare a lavorare da sindaco, è che la famiglia entra in crisi? E che il marito ne diventa vittima?

Lara Crinò, l’Espresso

Critiche che sono state discusse moltissimo in mattinata e che mi sembrano prive di basi, perché si suppone l’esistenza di una malizia dove non sembra esserci: si è detto che il marito starebbe rendendo pubblici i dettagli della sua relazione per smentire le notizie uscite sui giornali che vogliono i due in crisi e ormai separati; o che si starebbe intestando la vittoria di Virginia Raggi proponendosi di “proteggerla da lontano”, risultando quasi un patriarca moderno. E poi una lettera del genere, qualcuno ha chiesto, l’avrebbe mai scritta una moglie per un sindaco uomo?

Domande che i tanti che ieri hanno votato Virginia Raggi sinceramente credo che non si pongano; portare l’analisi su questo piano è una nuova prova del complicare il semplice, la tendenza preferita di quella città che ieri è stata archiviata. Ciò che appare è la lettera di una persona semplice e normale che fa un gesto spontaneo di affetto: e così rimarrebbe, e rimarrebbe reale, anche se così non fosse; anche se Virginia Raggi non avesse gradito il gesto, anche se il marito avesse sbagliato a pubblicare: ciò lo renderebbe ulteriormente quel che è già, ovvero un uomo normale disabituato ai riti e ai codici della politica, che prima di scrivere evita di indagare profondamente riferimenti ideali ed ideologici; come tutti i candidati del Movimento che, anche per questo, sono stati preferiti.

Tutto questo completa, è parte, e rafforza la narrazione dei “semplici cittadini dentro e fuori dalle istituzioni” di cui hanno parlato Alessandro di Battista e Luigi di Maio.

Stamattina mi sono fatto un giro delle bacheche a Cinque Stelle su Facebook; nemmeno una parola, un commento, nessuno che dicesse: oh, mi raccomando, le buche, l’autobus, il debito di Roma. E le parole dei due parlamentari si concentrano sui temi che non hanno nulla a che fare con Roma: il reddito di cittadinanza, le pensioni d’oro, Matteo Renzi, Alessandro di Battista. Di questa città sembra non interessare a nessuno: è stato molto più importante, invece, liberarsi di una classe politica ormai sentita come “disumana e arrogante” – definizione che mi ha dato una consigliera neoeletta.

“Ciò che mi dici”, mi ha detto stamattina al telefono chi di elezioni ne ha viste varie, “mi sembra confermato dai fatti. Sui vari territori i candidati che si sono appoggiati alle reti tradizionali – partito, comitati di quartiere, gruppi organizzati – cedono il passo a chi ha saputo coltivare persona per persona le relazioni, a chi è riuscito a stare sul territorio mettendoci la faccia”.

Credo insomma che ieri sia stata liquidata prima di tutto la città che si comporta come se meritarsi i successi tramite i comportamenti concreti sia meno importante che avere chiari i contenuti; la sinistra che non è mai uscita da un novecento relazionale in cui il rapporto con l’altro era mediato dalle identità collettive, sostituito dai simboli di partito e dalle appartenenze: “Non ho tempo di convincerti”, trasmette all’elettore il candidato di sinistra, “io ho già ragione e tu lo sai. Votami e basta, che facciamo prima”; “senti, fai una cosa”, ha risposto la città: “Vattene a fanculo”.

2) Una protesta amministrativa

Io vorrei che a sinistra discutessimo di quello che mi sembra un dato di realtà: questa città è priva di governo almeno da vent’anni. Oggi Matteo Orfini, commissario del Partito Democratico di Roma, nel suo post di analisi della sconfitta, è tornato a citare Walter Tocci e il “suo ultimo libro”.

Ok.

Già nei primi anni Novanta, quando iniziò il nostro ciclo di governo, ci rendemmo conto che i vecchi motori dello sviluppo erano esauriti. Quella del dopo-Tangentopoli era una città difficile da vivere, senza prospettive economiche e disprezzata dall’opinione pubblica nazionale. Poi c’è stato una sorta di rinascimento – così venne definito anche all’estero – ma ora ci ritroviamo nella stessa depressione di vent’anni fa. Fu davvero un rinascimento? Oggi possiamo capire meglio che cosa è successo. La mia tesi è che abbiamo guadagnato tempo, rinviando la crisi della città di un ventennio, ma senza avere la forza di modificare le cause strutturali del declino. È stato un bagliore del tramonto, quando il sole alla fine della giornata manda uno sprazzo di luce come se dovesse risorgere e invece è l’ultimo passo verso la notte.

Walter TocciRoma, Non si piange su una città coloniale

Lo sviluppo della Roma che oggi viviamo, dice Tocci, viaggiava ai primi anni del 2000 su tre binari: l’espansionismo delle grandi aziende del parastato (Telecom, Trenitalia, Finmeccanica) che stavano allargando i loro affari e crearono posti di lavoro e ricchezza. Poi cambiarono strategia, chiusero tutti i rami d’azienda che avevano sviluppato e tornarono ai loro core business: la politica romana non fece niente né per creare lavoro, né per mantenerlo.

Secondo, il mattone dei palazzinari: quartieri nuovi e privi di servizi sorti come funghi sul Raccordo, un mercato alimentato da incentivi del governo, messa in vendita a fiume delle case degli enti, fine dell’equocanone. La speculazione immobiliare venne spinta al massimo: era una bolla, chiaramente, ed è scoppiata, e a pagarne il prezzo furono le giovani coppie e i cittadini meno agiati. Terzo, il commercio: la fame di consumo che ha portato a costruire intorno alla città i giganteschi centri commerciali, gli hub del divertimentificio romano che hanno costretto il piccolo commercio a soffrire e a chiudere.

Questi motori per un breve periodo – quello governato dal centrosinistra – crearono una città ricca che si governava da sola creando una ricchezza mai distribuita; quando la curva piegò in basso, scrive Tocci, la politica era troppo impegnata a pensare di poter vivere per sempre: “La decadenza non solo non è stata contrastata da una volontà positiva della classe dirigente”, scrive l’ex vicesindaco, “ma è stata accentuata dalla contemporanea perdita di progettualità della politica romana”.

Mi ha detto un giovane consulente politico con cui ho avuto modo di parlare: bastava fare “meno notti bianche e più metropolitane”. La Roma dei lustrini di cui il mondo intero parlava non ha avuto la lungimiranza necessaria per attrezzarsi per il futuro; e Roberto Giachetti, il candidato al Campidoglio per il centrosinistra, ha impostato la sua campagna elettorale raccontando alla città di essere l’ultimo esponente della stagione iniziata con Francesco Rutelli, il migliore dei rutelliani, il più capace, il più competente; una stagione politica che, come mi ha ricordato giustamente una cara amica e collega passeggiando vicino alla stazione Termini – “era già stata giudicata nel 2008” quando l’ex sindaco di Roma venne tragicamente battuto da Gianni Alemanno mentre Nicola Zingaretti vinceva le elezioni provinciali.

Per Giachetti rivendicarsi il passato al Campidoglio, il collegamento con un’amministrazione lontana e, al di là dei successi di immagine, ricordata come concretamente fallimentare, credo abbia pesato molto più che pagato. C’è stato bisogno degli elettori per spiegare ad una sinistra ancora immersa nelle proprie fantasie che il Modello Roma di cui continua a parlare potrebbe essere, sostanzialmente, un’invenzione posticcia.

3) Una protesta politica

“Sì, forse se il Partito Democratico avesse chiesto scusa alla città, si fosse assunto bene le proprie responsabilità, ci avrei pensato un po’ di più”, mi ha confessato un ragazzo che ha annullato la scheda: “Sarei stato più in difficoltà. Ma credo che comunque non avrei sostenuto il Partito Democratico perché sono contrario alla sua deriva renziana”.

Certo, è innegabile che il “livello nazionale” abbia pesato sull’elezione romana: è altrettanto vero, credo, che questo era uno dei livelli su cui la campagna elettorale della sinistra a Roma poteva recuperare qualche margine. Perché sì, un’elezione amministrativa ha più a che fare con le panchine, con gli autobus e con le buche per strada, e meno col governo nazionale; la sconfitta di Roberto Giachetti è però nettamente, e più di altre, la sconfitta di Matteo Renzi.

Il candidato è stato lanciato dal presidente del Consiglio in un videoforum a Repubblica Tv, è un renziano – combattivo, indipendente – ma certo fedele al presidente del Consiglio dei Ministri, e viene dalla Margherita; la sua campagna elettorale è stata coordinata da renziani di strettissima osservanza e concretamente realizzata da Proforma, la società di comunicazione che ha fino ad oggi costruito la narrazione renziana fra primarie, slides e Palazzo Chigi.

Il Partito romano è da due anni gestito da Matteo Orfini, alla guida della componente dei Giovani Turchi, che dopo aver sostenuto Pierluigi Bersani al congresso sono entrati nella maggioranza a sostegno di Matteo Renzi, nella segreteria del Partito mentre l’ex collaboratore di Massimo d’Alema è diventato presidente nazionale del Partito Democratico; in campagna elettorale Roberto Giachetti ha sostenuto una cosa ragionevole, e cioè che la città ha bisogno del sostegno del governo per riprendersi.

Palazzo Chigi, dopo la caduta del sindaco Ignazio Marino, ha reinsediato Silvia Scozzese, apprezzata assessora al Bilancio della giunta del chirurgo, nel ruolo chiave di commissaria al debito della città; insomma, il carattere nazionale della corsa romana non era affatto inevitabile: è stato negli ultimi anni voluto e costruito, una scommessa deliberata e – dispiace – meritatamente persa. “Da qui a ottobre”, mi ha detto un dirigente del Pd che attendeva i risultati alla dogana di San Lorenzo, al comitato per Giachetti, “mi sa che per il referendum sarà un po’ in salita”.

Poteva il Partito Democratico evitare quest’esito? Ovvero, mi ha chiesto un militante di un municipio: “Questa sconfitta, prevedibile e scontata, da dove viene?”

Da lontano, sicuramente. E il paradosso, la sensazione, è che il corpaccione del Pd Roma sarà molto meno incentivato al cambiamento da questa sconfitta che da un’eventuale vittoria: tornando al Campidoglio militanti e consiglieri avrebbero percepito chiaramente che si trattava di un’ultima, irrevocabile, dose di fiducia consegnata come regalo immeritato, e sarebbero stati in campana. Rimanendo fuori dal Campidoglio, l’ipotesi che il Pd Roma non capisca le proporzioni della sconfitta e si rifugi nei confortevoli giochi di corrente, personalmente, mi sembra concreta.

Copertina: da Facebook