Facciamo da noi la nostra storia, ma a presupposti precisi: quelli economici sono, in fin dei conti, decisivi. (F. Engels)
14 Aprile 2020

Soggetti rivoluzionari

La credibilità di un messaggio mi risulta tanto maggiore, quanto è dissonante rispetto alla natura della fonte. Osvaldo Costantini è un attivista dei movimenti sociali, un militante con forti legami con i sindacati di base. Non mi ha lasciato andare via prima di sottolineare quanto possa essere dannoso un innamoramento superficiale verso i migranti e le migrazioni.

Canzoni, manifesti, ONG, navi in mare; manifestazioni, hashtag, e va tutto bene: ma non basta. Un doppio livello di semplificazione dilaga nei movimenti popolari a sostegno delle migrazioni, che – giova sottolinearlo – non solo sostengo, ma ho frequentato in lungo e in largo, dal Baobab a Roma, a Lampedusa alla frontiera di Como; un doppio livello di semplificazione, dicevo: l’idea che le migrazioni siano un fenomeno intrinsecamente rivoluzionario e che i migranti siano, fino a prova contraria, portatori di messaggi, di spiriti positivi. La storia, invece, è assai più complessa.

Soggetti rivoluzionari

Il supplì

  • Ricordo un articolo di un media su internet in cui si identificavano “le soggettività migranti” come “portatrici di desiderio” in grado di mettere in discussione “il sistema delle frontiere”. Era un’argomentazione molto seria, tutt’altro che tendente alla naiveté o al folklore, che merita di essere adeguatamente considerata. Solo che la realtà è diversa.
  • In questo episodio il racconto di Osvaldo Costantini ci mostra cosa si intenda per quel meccanismo di “dinamica strutturante” che ci aveva accennato due puntate fa: che effetto avrà una cura da cavallo di pubblicità, televisioni e mercato paracadutata in un contesto poco più che agricolo-tribale?
  • Per il resto, come spesso accade, la vita è questione di relativi, e quella che è una casa più che dignitosa nel Sudan può valere quanto un cartone in mezzo alle blatte se esistono driver sufficienti per raggiungerlo.

 «Questa lunga stagione delle migrazioni, dell’Africa e degli sbarchi ha certamente mostrato qualcosa di nuovo al grande pubblico europeo, qualcosa che mi aspetto che venga presto archiviato. Di certo è stato un momento che ha suoi elementi di rivoluzione, intendendo che rompe gli schemi: il nero migrante supera sicuramente il nostro schema degli stati nazionali, varca i confini, attraversa il mare, c’è tutta questa epica che colpisce. Va bene.

Però.

Voglio prendere qualcosa di corretto e reale, se non nelle parole, certamente nello spunto della testimonianza che mi hai fatto leggere, quella del lavoratore delle commissioni prefettizie per intenderci: lui ha colto una cosa importante da dire. Quali sono gli orizzonti di aspettativa di questi africani che arrivano in Italia e in Europa? Sono molto netti e definiti. C’è la voglia di successo individuale. L’arricchimento personale. La brama di poter vantare simboli di status, a partire dall’iPhone che è una sorta di feticcio per moltissimi africani. Ora se io vado da un etiope e gli dico eh ma sai, il consumismo, dovresti farci attenzione, lui mi manda a fanculo e mi dice “ma che vuoi? Sono decenni che tu hai questa roba e ora io non posso?”. E ha ragione: ma.

“Rescue Operation” di Massimo Sestini ha vinto il World Press Photo nel 2015

Ma, è allo stesso tempo corretto dire che, per quelli che partono dall’Africa, sono spessissimo questi, e principalmente questi, i driver che spingono ad affrontare un lunghissimo viaggio e ad accettare qui in Europa una vita oggettivamente di merda. C’è gente che nell’Africa subsahariana ha quella che noi chiameremmo una villa, attraversa il mare e in Europa vive in mezzo ai topi. Ma quando arriva si compra un telefonino, si guarda intorno, trova un Porsche parcheggiato, appiccia il telefono, chiama casa, fa una foto e dice, hey sono arrivato, guardate, ce l’ho fatta, ecco la macchina: a casa lo sanno che non è sua, ma è lì, la si può toccare, è vicina, l’ha raggiunta.

La grande maggioranza dei soggetti in migrazione ha insomma introiettato principalmente un certo modello di migrazione, per così dire: e una cosa che non si racconta è che i flussi stanno calando per i noti accordi e tutte le polemiche che conosciamo; ma anche anche perché nei paesi d’origine si sta spargendo la voce che la migrazione – così la definiscono – è una gran menzogna. Ci sono spettacoli comici alla tv che raccontano la vita per nulla bella che i migrati fanno nella loro terra di sogno; e le comunicazioni che arrivano nel corno d’Africa sono ormai del tipo: gente, non partite più, qui non è una festa come sembrava.

Quel che abbiamo visto negli ultimi anni è dunque l’esito di quelle generazioni africane che intorno agli anni ‘80 hanno vissuto la stagione dei piani di adeguamento strutturale imposti dal WTO, una vera prova di neocolonialismo economico che in Africa ha spiaccicato la classe media, distrutto i gruppi sociali che vivevano di artigianato, invaso il continente africano di televisioni e di merci dozzinali occidentali e ha proposto al contempo un certo discorso di consumo e di successo che ha avuto parecchia fortuna fra quelli che allora erano bambini.

Siccome mi pari affezionato alle letture marxiste ti dico che ad esempio qui, in questi paesi e questi anni, tu potevi vedere quanto Marx avesse ragione a parlare di feticismo delle merci: in quella stagione di ormai trent’anni fa queste persone hanno vissuto un vero e proprio immaginario del consumo, talmente forte che li ha convinti a partire. E sono stato di recente in uno dei più grandi bazar dell’Africa – quelli tradizionali insomma, quelli da film – perché volevo comprare delle cose “tradizionali” di arredamento. Solo che c’erano solo magliette Nike, cose che troverei uguali nei grandi centri commerciali europei e l’unico oggetto pseudotradizionale che ho comprato, se lo giri, c’è scritto Made in China».

Finita questa parte della storia Osvaldo sembrava soddisfatto; e ho avuto la sensazione che avesse accettato di parlarmi per dire molte cose, fra cui questa, che mi è parso volesse esprimere da una quantità di tempo non breve. Abbiamo continuato a parlare di altro, tipo di un festival culturale al Prenestino che poi non si è fatto, data l’epidemia. Il sole che c’era all’inizio della chiacchierata era ancora lì.