La cultura è organizzazione (A.Gramsci)
14 Aprile 2020

Struttura e sovrastruttura

Il mio incontro con il lavoratore si era protratto per oltre due ore di intensa narrazione e di materiale ne avevo raccolto moltissimo. La seconda tappa della mia indagine doveva essere quella di sottoporre questo materiale a degli studiosi, esperti, a degli intellettuali. Un percorso in cui ho incontrato voci e contenuti ancora più interessanti.

Osvaldo Costantini è antropologo e africanista, dottore di ricerca all’Università la Sapienza di Roma. Sono arrivato a parlare con lui dopo un lungo giro di corrispondenze: ho contattato vari studiosi e ricercatori universitari, africanisti e docenti, raggiunti tramite indirizzi email istituzionali o di associazioni di esperti; a loro ho sottoposto il colloquio con la mia fonte. Il primo a rispondermi è stato Mariano Pavanello, professore emerito di Antropologia culturale alla prima università della capitale, un uomo cordialissimo ed estremamente competente che mi ha consigliato di rivolgermi a un suo allievo, appunto il dottor Costantini. Dopo la prima mail, Osvaldo mi ha pregato di dargli del tu e di organizzarci per discutere insieme, precisando allo stesso tempo di voler “apparire con nome e cognome, perché mi prendo la responsabilità di quel che dico”.

Struttura e sovrastruttura

Il supplì

  • Sia il professor Pavanello che il suo allievo, Osvaldo Costantini, letto il materiale che gli avevo inviato, lo avevano subito giudicato come “pieno di stereotipi e di riflessioni scientificamente errate e politicamente molto ambigue”, addirittura pericolose perché “fraintendevano il ruolo del colonialismo”. Lette queste risposte ero da un lato preoccupato per il materiale fino ad allora raccolto e dall’altro contento di aver raggiunto qualcuno con cui poterne discutere in profondità.
  • In particolare i professori avevano commentato nello stesso modo due questioni che io gli avevo sottoposto, giudicandole di importanza cruciale: primo, la mancanza di solidarietà che la mia fonte mi diceva di aver potuto osservare fra gli africani – elemento decisivo per costruire un discorso di classe; secondo, il rapporto fra gli africani e la dimensione spirituale. Su questi due temi, in effetti, ci siamo poi concentrati.
  • Cordiale e diretto, Osvaldo Costantini mi è parso unire a una conoscenza di tipo accademico una sincera passione per l’Africa – soprattutto le zone orientali, del corno – oltre a un’attività militante nei movimenti di base condotta con lo spirito del ricercatore sul campo. Sono salito sul motorino e ci siamo incontrati per una piacevole chiacchierata a casa sua, in zona Roma est.

«Il problema del reciproco riconoscimento fra i “bianchi” e “neri”, se vogliamo sbrigativamente descriverli così», mi ha detto Osvaldo Costantini, antropologo e africanista, accogliendomi in una bellissima stanza piena di libri, di oggetti africani, con una chitarra appesa al muro e una splendida atmosfera, «è un affare complesso e che incide su più piani: lavora sul livello cognitivo direi, intellettuale e dunque individuale, e insieme sul piano più pubblico, politico. Con questo intendo dire qualcosa di già molto affrontato in letteratura: per l’analisi marxista classica il razzismo è solo una sovrastruttura. Si tratta del noto discorso per cui i problemi reali sarebbero altri, perché se si guarda il concreto rapporto economico e vitale ci sarebbero solo sfruttati e sfruttatori, mentre il razzismo sarebbe solo un altro strumento di chi opprime per dividere gli oppressi. Ciò è forse corretto in linea teorica, ma Frantz Fanon ci ha spiegato come, in relazione al contesto africano, un fenomeno sovrastrutturale finisce per diventare strutturante: il razzismo strutturante, appunto. Mi spiego.

Malcolm X per me è uno dei migliori interpreti di questa linea: lui diceva che, in fondo in fondo, l’integrazione fra bianchi e neri è impossibile, perché è impossibile l’integrazione fra il mondo, fra l’orizzonte culturale dei neri, e quello dei bianchi. Il bianco ha introiettato la propria storia (lo schiavismo, il colonialismo, il neocolonialismo economico) e sarebbe così corretto, nonché suggestivo, dire che se un bianco incontra un nero, probabilmente i loro antenati si erano già incontrati in passato. Allo stesso modo, un migrante nero che vidi caricato come un sacco di patate in pullman e portato dalla frontiera austriaca fino al porto di Taranto scese dal mezzo e disse: “Non c’è niente da fare, per i bianchi noi neri siamo e saremo sempre animali”. Ciò mi porta a segnalarti un’altra faccenda: i neri, gli africani, conoscono benissimo la propria storia. E non la dimenticano.

Ti parlo insomma di un sistema un po’ inceppato, il che comporta un esito anche ridicolo: qualunque cosa un bianco faccia in relazione a un nero oggi è accusabile di razzismo. E se ti tieni a distanza e ti fai i fatti tuoi sei un razzista perché non ti interessi; e se lo soccorri e aiuti i neri sei razzista perché sono persone normali e sanno far da soli. Una situazione imbarazzante, che riflette un portato della storia. Un dato culturale, politico, sovrastrutturale si tramanda per più di una generazione, diventa contesto comune, diventa struttura.

E’ allora nelle lotte di base e nei contesti concreti che si arriva fortunatamente al punto – perché ci si arriva, eccome – in cui si riesce a capire, a individuare problematiche comuni e avversari comuni, a riconoscersi mutualmente oltre ogni colore della pelle. Mio padre era un venditore ambulante nelle piazze di Napoli e stai tranquillo che se arrivava la polizia i “colleghi” del Senegal lo avvisavano e poi si scappava insieme. Questo succede anche oggi, vai nelle lotte sindacali nei campi, vai fra i portantini della logistica. Solo che non è automatico, è molto meno automatica che altrove la missione del creare uno spazio di uguaglianza reale nella vita pratica, che permetta il riconoscersi a vicenda come pari senza impostare dinamiche verticali, di dominio insomma, di prevalenza di una parte sull’altra. Come si fa?

Serve un progetto comune e serve qualcuno che lo guidi.

Malcolm X e Fidel Castro all’Hotel Theresa, Harlem, New York. La storia del loro incontro, qui.

Qualcuno l’avrebbe chiamata “avanguardia” una volta, se vuoi possiamo usare questo termine che comunque non amo. Fai come ti pare, mi serve di dirti che c’è bisogno di qualcuno, un intermediatore, che sveli quando le relazioni a due – io e te, io con te, io contro di te – siano relazioni a tre: io, te, il padrone; io, te, il potere; io, te, il capitale, ed eccetera. Se non si svela questo non riusciamo a commentare, a spiegare dei fenomeni reali che pesano, come l’oggettivo dumping salariale che il lavoratore nero può vantare nei confronti del suo pari bianco: abituato a lavorare per 1000, si vede di colpo accanto qualcuno disposto a lavorare per 600. Da qui passiamo all’altro punto che mi proponevi, che mi raccontavi, ovvero l’assenza di solidarietà all’interno del contesto africano, fra neri insomma.

Questa è probabilmente una fotografia reale, ma se la spieghi appena un minuto capisci che parlare di assenza di solidarietà fra neri è sbagliato. Che fra i neri ci siano e contino delle divisioni principalmente etniche, dei conflitti tra tribù, persino fra clan e famiglie come notava il lavoratore che hai intervistato, è un dato di partenza certamente, e nessuno lo mette in discussione. Esistono però delle forme di cooperazione ancora una volta di base, spontanee, che da tempo sanno superare e superano questo aspetto. Ero con dei lavoratori etiopi, uno si alza e dice, senti mi hanno chiamato da casa e dice che hanno rapito mio fratello, il riscatto era mille, ora vogliono duemila, hanno alzato la quota. Che qualcuno ha dei soldi? Come se fosse chiedere una caramella. E allora vedi tutti che si alzano e tirano fuori cinquanta, venti euro, fanno la colletta.

Certamente un bel momento; ma non è su questo che mi concentro. Io presi uno da parte e gli chiesi ma scusa, tu non hai i soldi per mangiare e li dai a lui, questo poi te li ridarà questi denari a un certo punto? E lui mi disse ma no che non me li ridà, “i soldi girano”. Ciò a dire che si instaura quella che in sociologia viene chiamata la reciprocità generalizzata, il circuito del dono non come fenomeno romantico ma come modello economico basato sul dare – ricevere – ricambiare. In sostanza si ha la sicurezza, o direi il patto sociale ecco, che se io metto sul piatto dei soldi per chi si è alzato a chiederli, quando ne avrò bisogno io succederà lo stesso. E stai tranquillo che se hanno rapito mio cugino e chiedo soldi per il riscatto nessuno mi chiederà da che tribù vengo e mi dirà, no guarda, il tuo prozio è fra quelli che hanno cacciato le pecore dei miei nonni, io i soldi non te li do: in quella situazione aiutarsi è necessario perché in qualsiasi momento si può aver bisogno ed è necessario avere le spalle coperte.

Dunque, i fenomeni di base sono i luoghi dove si realizza la prima saldatura fra soggettività africane, ovvero fra i lavoratori potremmo dire. Un altro luogo molto importante dove ciò accade è il perimetro della spiritualità, della religione, e arrivo all’altro punto che mi sollevavi».

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